La nuova legge elettorale approvata dalla maggioranza di centrodestra avrà conseguenze anche sul modo di condurre le campagne elettorali. Due novità, in particolare, incideranno sulle strategie dei partiti: il ritorno delle preferenze e la soglia del 42% per ottenere il premio di maggioranza.

Il ritorno delle preferenze per i candidati dopo il capolista, che rimane bloccato, apre le porte a campagne territoriali come non ne vedevamo da tempo. È probabilmente la novità più significativa per chi deve organizzare e pianificare una campagna: i collegi uninominali, con la precedente legge elettorale, non prevedevano la possibilità di voto disgiunto e, di conseguenza, il risultato dipendeva molto più dalla forza dei partiti che dalla capacità dei singoli candidati di conquistare consensi. In molti casi i candidati nei collegi investivano poco tempo e poche risorse nella persuasione degli elettori, essendo molto limitata la possibilità di recuperare voti e ribaltare orientamenti di voto prevalentemente nazionali. In questo caso, invece, secondo uno studio YouTrend, il 43% dei parlamentari verrebbe eletto attraverso le preferenze: una quota significativa, che potrebbe spostare una parte degli investimenti dal piano nazionale a quello territoriale. Il ritorno delle preferenze potrebbe infatti rendere le campagne più costose, almeno per i singoli candidati. Per conquistare un seggio non basterà più essere inseriti in una lista competitiva: serviranno organizzazione, presenza sul territorio e investimenti nel proprio “personal branding”, la propria riconoscibilità. Una trasformazione destinata a incidere anche sulla distribuzione delle risorse all'interno dei partiti.

Non solo: il ritorno delle preferenze porterà un vantaggio competitivo alle liste con candidati più radicati sui territori, capaci di portare ai propri partiti, e quindi alle coalizioni, consensi carsici, difficilmente misurabili dai sondaggi. I candidati, quindi, torneranno ad essere un vero strumento di consenso per i partiti.

Lo Stabilicum introduce poi una soglia esplicita per il premio di maggioranza: il 42%. Ciò avrà conseguenze dirette sulle strategie dei partiti. In primo luogo, la ricerca di alleanze larghe non sarà soltanto una scelta tattica, ma diventerà un'esigenza sempre più pressante. Il centrodestra cercherà di fare a meno di Vannacci e del suo Futuro Nazionale, anche se non sarà facile. Per riuscirci, dovrà allargare il più possibile il perimetro della coalizione, come suggerisce anche l’accordo dei giorni scorsi con Cateno De Luca. In una sfida all’ultimo voto, con centrodestra e centrosinistra appaiati, i piccoli partiti potrebbero essere non solo importanti, ma decisivi. Inoltre, si rafforzerà il richiamo al voto utile per le coalizioni, al fine di evitare di disperdere voti tra partiti fuori dalle alleanze. Al tempo stesso, quella stessa soglia offre un argomento efficace alle liste centriste e fuori dai poli, che potranno chiedere agli elettori la fiducia per impedire alle coalizioni principali di ottenere il premio di maggioranza.

La prossima campagna elettorale si giocherà dunque su due piani: quello nazionale, dove ogni voto potrà avvicinare o allontanare una coalizione dal premio di maggioranza, e quello territoriale, dove ogni preferenza potrà determinare la sorte di un candidato. Due competizioni diverse, ma strettamente legate: la capacità di mobilitazione dei singoli candidati potrà contribuire al risultato dei partiti, e quella dei partiti al successo delle coalizioni.