Non è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire, se ti chiami Paul Seixas e i vent'anni ti soffiano alle spalle. Mentre tutto intorno parla di fine - dalle energie al lumicino di un gruppo che affronta l'ultima gara dell'anno al soprannome stesso della corsa, 'Classica delle foglie morte' - l'astro nascente francese decide di togliere per sempre il participio dalla locuzione: attorno al lago di Como, oggi, si è affermata una stella. Si è imposta di prepotenza, staccandosi di dosso gli avversari uno a uno sulle arcigne pendenze del Civiglio, per poi pedalare in solitaria negli ultimi 18 chilometri - con nel cuore il gusto e nelle gambe l'adrenalina della sua prima Classica Monumento in arrivo.
"Un momento che cambia una carriera", riconosce al traguardo, ancor più se a trionfare è un ragazzo di appena 20 anni e 16 giorni. Il più giovane di sempre, sulle strade del Giro di Lombardia. Il record resisteva dalla prima edizione, del 1905, vinta da quel Giovanni Gerbi di cui decenni dopo si sarebbe innamorato Paolo Conte, tanto da renderlo immortale. Un'altra epoca, un ciclismo tanto brutale da portare lo chansonnier piemontese a invitare il 'Diavolo Rosso' a 'dimenticare la strada', fermarsi a bere un'aranciata e rendersi conto che 'controluce tutto il tempo se ne va'.
E chissà cosa pensava Paul Seixas, mentre la luce ottobrina sfiorava radente le rampe finali del San Fermo della Battaglia, ultima asperità di giornata. Anche lui, dopo una gara durissima, era stato brutale e aveva stritolato la concorrenza sul Civiglio: Remco Evenepoel e Isaac Del Toro, più quotati avversari, sciolti come neve al sole sulla sua violenta progressione da seduto; Enric Mas, Tom Pidcock e Giulio Ciccone, ultimi a resistergli, non avevano retto alla distanza e adesso inseguivano senza più speranza.
Pensava, forse, al sé bambino, "al Paul di dieci anni" che - racconta al traguardo - se gli raccontassero adesso dove sarebbe arrivato in un solo decennio "non ci crederebbe. Sono ancora giovane, a volte ancora non mi sembra ancora vero". Una giovinezza a cui non concede molto, a onor del vero: non meno di due settimane fa, alla fine di un mondiale corso da protagonista ma in cui era arrivato con i crampi, era stato durissimo: "È un errore da ragazzino - aveva commentato -. Mi vergogno di me stesso, la Francia non merita un leader così". Stavolta, i toni possono essere più distesi, e con una gioia questa sì da ventenne può confessare che "tutta la stagione è stato un sogno, ma questo momento è eccezionale".
Dietro di lui chiude secondo Enric Mas, che dopo l'exploit della Vuelta può salutare il 2026 più che soddisfatto. Terzo è Giulio Ciccone, alla sua ultima gara con la Lidl-Trek, ennesimo piazzamento di una stagione che lo ha beffato più volte, soprattutto domenica scorsa agli Europei: "Ho avuto sensazioni strane in gara, ho ottenuto il massimo di quel che potevo", riconosce al traguardo.
gli occhi del mondo, però, mentre il grande ciclismo su strada dà appuntamento al 2027, sono tutti su Seixas. Il suo presente è una promessa di futuro: nessuno, nemmeno il convalescente Tadej Pogacar, potrà dormire sonni tranquilli.
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