(di Francesco Brancati)
E' stato accolto con calorosi
applausi, il 'Faust' di Charles Gounod diretto da Daniele
Rustioni e firmato da Johannes Erath, dal pubblico scaligero che
aveva il biglietto della seconda serata di ieri, dopo che la
prima di martedì è stata annullata per uno sciopero del
dipendenti. I battimani sono stati intensi per Rustioni,
milanese e specialista nel repertorio francese dell'Ottocento,
ma anche per la regia visionaria di Erath, che porta l'eterno
confronto tra Cielo e Inferno in una pista circense animata da
clown su trampoli, pagliacci, domatori, saltimbanchi, che fanno
da contorno al profondo dramma di Margherita, sedotta e
abbandonata da Faust grazie agli inganni del diavolo.
Questi tre personaggi sono i grandi protagonisti dell'opera
di Gounod, insieme al coro. E i loro interpreti, il soprano
Marina Rebeka, il tenore Vittorio Grigolo e il basso/baritono
Alex Esposito, insieme alla compagine di voci scaligere guidate
da Alberto Malazzi, hanno ricevuto applausi intensi, insieme
alle altre voci: Ernesto Petti (Valentin), Marcela Rahal
(Siebel), Xhieldo Hyseni (Wagner) e Hyeonsol Park (Marthe).
In quest'opera, cinque atti, tre ore piene di musica (quattro
ore di spettacolo compresi due intervalli), il dramma di
Margherita è potente: lotta con coraggio fino alla fine, quando
riconosce il demonio e lo allontana, salvando la sua anima.
Anche Faust, dopo aver venduto l'anima al diavolo e averne
accettato i doni (la gioventù, la vita, l'amore), certo si
pente, dà anche un po' di filo da torcere a Mefistofele, e cede
sempre facilmente. Ma la regia di Erath alleggerisce la tensione
del dramma portandolo in un ambiente circense (le scene sono di
Heike Scheele) con una pista semicircolare aperta verso la
platea.
"Il circo fa dimenticare il mondo normale: Mefistofele stesso
somiglia al maestro di cerimonie che introduce un susseguirsi di
nuove scene", spiega il regista nel programma di sala. In esse,
il demonio assume tanti aspetti. E in questo Alex Esposito è il
suo alleato ideale, diabolico ma a tratti perfino comico: è
perfido, è incarnazione del male ma anche ironico, mellifluo,
modulando la voce secondo la circostanza. Assume via via le
sembianze di un becchino, di un domatore di circo, di un clown.
Anche del Papa (i costumi sono di Gesine Voellm) quando nella
scena del 'vitello d'oro' deve convincere Margherita a non
pregare.
Secondo il regista è "più toccante di Faust perché rappresenta
tutti i nostri lati oscuri". Margherita, abbigliata con un tutù
bianco, è invece "una funambola in bilico sul vuoto, che rimane
in equilibrio fino alla fine grazie alla fede". Tutti i
personaggi principali hanno un doppio, con figuranti, in
palcoscenico. E Margherita e finti officianti (con tanto di
incensazione) nel terzo atto entrano in scena anche dal fondo
della sala, tra gli spettatori di quel 'circo', dove per
Mefistofele l'unico, vero dio è il denaro e la ricchezza,
simboleggiati nella scena del vitello d'oro.
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