Arriva al Mao Museo d'Arte

Orientale di Torino "Song Dong. Soul Out", la prima mostra

personale in Italia dedicata all'artista cinese nato a Pechino

nel 1966. L'esposizione coinvolge gli spazi del museo, mettendo

in dialogo le opere con le collezioni permanenti e

l'architettura storica di Palazzo Mazzonis. Curata da Li Zhenhua

e Davide Quadrio, con Francesca Filisetti e Rebecca Ricci e la

consulenza scientifica di Manuela Lietti, la mostra ripercorre

oltre trent'anni di ricerca attraverso installazioni, fotografie

e video di performance.

Al centro del lavoro di Song Dong ci sono la memoria

individuale, le relazioni familiari e i cambiamenti della

società cinese contemporanea. La sua ricerca si ispira al

pensiero taoista e Zen e dialoga con correnti artistiche

internazionali come l'Arte Povera, il Minimalismo e l'Arte

Concettuale. Attraverso oggetti quotidiani, gesti essenziali e

processi di trasformazione, l'artista affronta temi universali

come il tempo, l'impermanenza e la fragilità dell'esistenza.

Ad accogliere i visitatori è "Believe", un'installazione

luminosa caratterizzata da una cascata di luce rossa, che

introduce alla dimensione sensoriale del percorso e invita a

riflettere sul significato della fiducia. Tra le opere

principali figura "Waste Not", presentata per la prima volta in

Italia. L'installazione riunisce oltre 10.000 oggetti

appartenuti alla madre dell'artista, tra vestiti, mobili,

giocattoli, recipienti e utensili, trasformando una raccolta

domestica in una riflessione sulla memoria familiare, sul

consumo e sul valore delle cose.

Il tema degli affetti ritorna anche in "Touching My Father" e

"My Daughter is my Four Seasons", lavori dedicati

rispettivamente al padre e alla figlia, che esplorano i legami

familiari e il rapporto tra esperienze personali e storia

collettiva. Spazio anche alla partecipazione con "Borrow Light",

installazione composta da centinaia di lampade prestate dai

cittadini in risposta all'invito del museo. Tra luci, specchi e

riflessi, gli oggetti diventano parte dell'opera e custodiscono

le storie di chi li ha messi a disposizione.

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