Caro presidente Mattarella, fermi quel decreto che riporta l’Italia alle “leggi razziali”. E’ con queste parole durissime che i genitori una scuola simbolo dell’integrazione multiculturale in Italia, la “Federico Di Donato” del quartiere Esquilino a Roma, si sono rivolti con un lungo appello al presidente della Repubblica, affinché non firmi il decreto del governo che impone quote limite di bambini di stranieri nelle classi, corsi obbligatori di italiano per i genitori altrimenti segnalati ai servizi sociali, multe severissime a chi non rispetterà il canone del volto scoperto- Uno dopo l’altro questo appello - che è anche una difesa appassionata dell’istruzione pubblica e della multiculturalità come risorsa - smonta le teorie sull’urgenza del decreto e dimostra quali siano invece le priorità e le gravissime carenze attuali della nostra scuola.

Ecco il testo della lettera inviata al presidente della Repubblica, alla Camera e al Senato.

Siamo mamme e papà di bambine e bambini che frequentano l'istituto comprensivo Daniele Manin, a Roma, che comprende la scuola dell'infanzia e primaria Di Donato. Dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del decreto-legge sulla scuola, sentiamo il dovere di rivolgerci a voi e di prendere pubblicamente posizione.

La soglia del 30 % prevista per una parte degli alunni con cittadinanza non italiana introduce una distinzione tra bambini nell’organizzazione della scuola pubblica. Nelle parole con cui la Presidente del Consiglio ha annunciato la misura, questa distinzione è ancora più esplicita: i bambini italiani non dovrebbero diventare «minoranza» nella propria classe. Si indica così la presenza di altri bambini come qualcosa da contenere perché i primi possano continuare a sentirsi maggioranza.

Il ritorno delle leggi razziali

Siamo di fronte, ai nostri occhi, a una versione contemporanea della logica delle leggi razziali: l’autorità pubblica traccia una linea tra persone, attribuisce loro un’appartenenza e fa discendere da quella classificazione un diverso trattamento. Proprio la memoria di quella storia ci impone di riconoscere il momento in cui una distinzione del tutto arbitraria e mortificante della dignità e dell’identità dei bambini viene rappresentata al contrario come una ragionevole e ottimale gestione della vita comune.

Ci si è sempre domandati come sia stato possibile arrivare alle leggi razziali in Italia. Eppure ci sembra purtroppo di assistere in questi giorni a una replica di quella deriva nefasta.

Quando gli esclusi erano gli italiani

E c’è una storia ancora più vicina, che riguarda le nostre famiglie. Nel secolo scorso i figli degli emigrati italiani venivano esclusi dalle scuole per bianchi nel Sud degli Stati Uniti; in Svizzera i figli dei lavoratori stagionali vivevano nascosti o finivano nelle classi speciali; in Germania sono stati a lungo relegati nelle scuole differenziali perché non parlavano ancora il tedesco.

Oggi l’Italia rischia di riservare ai figli di altri lo stesso trattamento subito dai figli dei nostri nonni. Nella nostra scuola i bambini e le bambine non sono quote da distribuire. Alcuni hanno la cittadinanza italiana, altri no; alcuni sono nati qui, altri sono arrivati dopo; Molte famiglie hanno storie che attraversano più paesi e più lingue. Una classificazione giuridica non dice quanto una bambina conosca l’italiano, quali sostegni le servano, quali legami abbia costruito con i compagni. La cittadinanza non impedisce che un nome, un’origine familiare o il colore della pelle espongano un bambino allo sguardo di chi continua a considerarlo straniero.

Il Governo sostiene che la norma riguardi la lingua. Ma il decreto non misura la conoscenza dell’italiano: conta i passaporti. Un bambino con cittadinanza straniera nato a Roma, che parla italiano da sempre, rientra nel tetto se non ha frequentato due anni di scuola dell’infanzia, che non è obbligatoria; un bambino con cittadinanza italiana che non parla italiano, invece, no. Se il problema fosse davvero la lingua, si investirebbe nell’insegnamento dell’italiano, non si fisserebbero quote in base alla cittadinanza.

Sappiamo che le scuole hanno bisogno di strumenti per insegnare l’italiano a chi arriva senza conoscerlo. Sappiamo anche che la povertà, la segregazione abitativa e la diseguale distribuzione delle risorse pesano sulla vita scolastica. Queste sono però responsabilità della politica: richiedono insegnanti, mediazione linguistica, tempo pieno, servizi e investimenti per restituire sostanza ai diritti sociali.

Cancellati per decreto i corsi di italiano

Se alcune scuole, più di altre, si trovano a dover affrontare una maggiore complessità linguistica, sociale e abitativa, la domanda dovrebbe essere un’altra: quali risorse servono a quelle scuole per garantire a tutti un’istruzione di qualità? Chiediamo dunque che alle scuole vengano assegnate risorse in base ai bisogni effettivamente rilevati e non alla cittadinanza degli alunni. La scuola è aperta a tutti e la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo delle persone. È proprio a scuola che bambini e bambine possono costruire relazioni oltre le divisioni che la politica vorrebbe imporre loro.

Colpisce anche che, sotto il titolo dell’«integrazione», un articolo del decreto metta insieme la segnalazione ai servizi sociali delle famiglie in cui i genitori non conoscono abbastanza l’italiano, l’obbligo per loro di conseguire una certificazione linguistica e il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, punito con sanzioni anche ai genitori: una logica di controllo e sanzione, non di sostegno. Ed è una logica contraddittoria. Il decreto-legge n. 20 del 2023, il cosiddetto decreto Cutro, ha eliminato i corsi di italiano dai centri di accoglienza per chi chiede protezione; ora si pretende che i genitori imparino la lingua in fretta, con percorsi da realizzare «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica».

Volto coperto e integrazione

Rifiutiamo inoltre che, nello stesso discorso politico, la composizione delle classi venga accostata alla libertà delle bambine e delle ragazze, come se una soglia per gli alunni con cittadinanza non italiana e un divieto del volto coperto potessero, di per sé, garantire quella libertà. La libertà di tutte le bambine e i bambini richiede politiche pubbliche capaci, anche attraverso la scuola, di contrastare ogni pratica sessista e razzista con ascolto, sostegno e spazi di autodeterminazione, quali che siano la religione e le tradizioni delle loro famiglie.

Il decreto interviene sul volto coperto; il dibattito politico che lo accompagna è un tema che non può essere affrontato con la decretazione d’urgenza, poiché merita una discussione pubblica ampia, con tempi e prospettive che partano dalla voce delle donne, delle bambine e delle ragazze e dall’esperienza di chi lavora nelle scuole e per la libertà e i diritti di tutte le donne.

Le urgenze reali

Le urgenze della nostra scuola sono altre. Partendo dal nostro piccolo esempio: da quattro anni l’edificio della scuola Di Donato, a Roma, è interessato da lavori di adeguamento sismico che non si concludono, con disagi quotidiani per bambine, bambini e insegnanti; la scuola dell’infanzia attende ancora di riavere i propri spazi e il proprio cortile. Molti dei nostri docenti arrivano da altre regioni e scelgono la nostra scuola per la vicinanza alla stazione Termini: vivono da pendolari, perché a Roma non trovano una casa che possano permettersi e dopo un anno molti rinunciano. Ci servono un edificio finito e sicuro e un corpo docente stabile, non un tetto alla presenza di alcuni bambini nelle classi. E non siamo un’eccezione. In Italia solo due scuole su cinque sono accessibili alle bambine e ai bambini con disabilità motoria; più di nove edifici su dieci non hanno sistemi di raffrescamento e anche quest’anno, in molte città, il rientro in classe è stato rinviato o ridotto per il caldo; l’anno scolastico si regge su circa 118 mila supplenze; la dispersione scolastica, pur in calo, resta molto alta in alcune aree del Paese.

Eppure, lo stesso decreto, quando si occupa di edilizia scolastica, si limita a prorogare le procedure per i cantieri del PNRR, senza stanziare nuove risorse. Per questo riteniamo che le norme sulla composizione delle classi rispondano a un intento propagandistico, più che a un’esigenza reale della scuola.

Si ricorre alla decretazione d’urgenza ad anno scolastico iniziato per una misura che si applicherà alle classi prime solo dal 2027/28. Si dichiara di voler intervenire sulla lingua, ma si usa come criterio la cittadinanza. E il Governo non ha reso pubblico alcun dato: in quante scuole queste norme avrebbero effetto, e quante lo hanno chiesto? Quanti docenti rinunciano ogni anno a un incarico fuori regione perché non trovano un alloggio? Quanti edifici scolastici sono oggi a norma?.

La Costituzione tradita

Siamo dinanzi a un’emergenza costituzionale perché vengono messi in discussione la pari dignità delle persone, l’uguaglianza sostanziale e il principio secondo cui la scuola è aperta a tutti. Per questi motivi, chiediamo al Presidente della Repubblica di esercitare le proprie prerogative di garanzia nell’esame del decreto-legge, valutando con particolare rigore la compatibilità delle disposizioni sulla composizione delle classi con:

- l’articolo 3 della Costituzione, che afferma la pari dignità e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza,

- con l’articolo 34, secondo cui «la scuola è aperta a tutti».

Chiediamo che sia valutata anche la sussistenza dei presupposti straordinari di necessità e urgenza richiesti dall’articolo 77.

Qualora il Parlamento dovesse approvare una legge di conversione con le disposizioni proposte dal Governo, chiediamo al Presidente di considerare l’esercizio del potere di rinvio motivato alle Camere previsto dall’articolo 74 della Costituzione.

Chiediamo alle Deputate e ai Deputati, alle Senatrici e ai Senatori di non convertire norme che distinguono gli alunni in base alla cittadinanza e al loro percorso precedente.

Chiediamo di ascoltare le comunità scolastiche e di sopprimere le disposizioni che fissano una soglia per la presenza di alcuni bambini nelle classi.

Gli articoli 3 e 34 indicano un’altra direzione: garantire a ciascuno e ciascuna il diritto di frequentare la scuola e investire le risorse necessarie perché quel diritto sia effettivo.

Non accetteremo che nella scuola della Repubblica un bambino debba domandarsi da quale parte della linea sarà contato.

Comitato Genitori Istituto comprensivo Daniele Manin- Roma. Associazione Genitori Di Donato