O la va o la spacca. Inizia a Montecitorio la settimana decisiva per la legge elettorale che si concluderà giovedì prossimo, 8 ottobre, data snodo anche per il prosieguo della legislatura. Il tornante è cruciale tanto che per limitare al minimo qualsiasi rischio, il governo ha messo in campo un complesso meccanismo di voto che porterà allo scrutinio segreto - già chiesto da Pd, M5s e Avs - solo sul via libera finale al testo. Di fronte a una manciata di deputati, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, ha chiesto la fiducia su tre dei quattro articoli modificati dal Senato e che vanno quindi rivotati scatenando l'ira delle opposizioni. Le prime due riguardano il cuore della riforma con gli articoli nei quali, tra l'altro, è stato inserito il meccanismo delle preferenze, la terza una ridefinizione territoriale dei collegi di Merano, Bressanone e Bolzano. Si tratta di un punto sul quale le opposizioni non hanno fatto emendamenti ma che poteva essere sottoposto a scrutinio segreto e perciò per 'evitare guai' il centrodestra si è blindato anche su quello. Un atteggiamento contro il quale le opposizioni vanno all'attacco.

"E' una scelta indegna: abbiamo fatto 50 emendamenti in tutto, non c'è ostruzionismo. Mettete la fiducia perché avete paura della tenuta della vostra maggioranza", attacca il Dem Federico Fornaro. "Così mettete in soffitta la democrazia parlamentare", accusa anche la pentastellata Enrica Alifano. Questa scelta, insomma, è uno "schiaffo al Parlamento" protestano in Aula Pd, M5s e Avs, +Europa. Con Riccardo Magi, al sesto giorno di sciopero della fame per chiedere, tra l'altro, la raccolta delle firme online, che manifesta poi anche davanti a Palazzo Chigi contro una legge bollata come "antidemocratica". Magi, come il segretario di Avanti Psi Enzo Maraio, ha preso carta e penna e scritto anche una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per illustrargli quanto la nuova legge elettorale "segnerebbe l'avvio della nostra democrazia a diventare qualcosa di diverso da una democrazia". Del resto, se tutto andrà secondo i pronostici, il presidente avrà tra pochi giorni la riforma tra le mani. E per FdI, al momento, non ci sarebbero alle viste elementi che facciano pensare altrimenti. L'alternativa, ha detto a più riprese Meloni, è la fine della legislatura. "Non c'è ragione - pronostica il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan - perché vada diversamente da come è andata sulle pregiudiziali dove la maggioranza ha avuto anche dei voti in più".

E' un'ipotesi di scuola, aggiunge, ma se ci fosse un passo falso "Meloni ha detto che è come un voto di fiducia, se sul voto di fiducia perdi, il governo si dimette". Incidenti, però, di fatto, ad ora non ne vengono messi in conto nemmeno dalle parti di Lega ed FI, tranne che - secondo i pour parler di Transatlantico - nell'ipotesi, smentita dai diretti interessati, di autosabotaggio. Intanto, domani si terranno le prime due chiame, mercoledì la terza e poi ci sarà il voto (senza fiducia) sull'articolo 8 sul quale non è possibile chiedere il voto segreto e perciò non è stata posta la fiducia per arrivare a giovedì al D-day del voto finale sul testo a scrutinio segreto. Tutto ciò, per le opposizioni, passando di forzatura in forzatura. "Nessun tipo di confronto c'è stato per le leggi elettorali precedenti, Italicum e Rosatellum", la replica del portavoce dei relatori Angelo Rossi (FdI). "E' vero - ricorda dall'opposizione Filiberto Zaratti (Avs) - anche altri hanno posto in passato la fiducia sulla legge elettorale, ma la vostra parte politica con l'allora onorevole Meloni, criticò in modo asprissimo la fiducia sull'Italicum, poi bocciato dalla Corte Costituzionale. Ci vorrebbe un po' di coerenza".

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