Niente perizia psichiatrica per i fratelli Ramponi. Almeno per il momento. E' questa la decisione della Corte d'Assise di Verona alla prima udienza del processo per strage che vede imputati Franco, Dino e Maria Luisa Raponi per l'esplosione di un casolare a Castel D'Azzano, dove morirono tre carabinieri il 14 ottobre 2025. Dopo un primo rigetto da parte del Gup in udienza preliminare, le difese di Franco e Dino hanno chiesto nuovamente che i propri assistiti vengano sottoposti a un esame psichiatrico.

In particolare, per accertare se fossero capaci di intendere e volere al momento dei fatti e se siano in grado di partecipare coscienziosamente al processo. Dopo un'ora e mezza di camera di consiglio, la Corte presieduta da Raffaele Ferraro ha rigettato l'istanza, precisando che "in questa fase preliminare" non vi sono "elementi sufficienti" per disporre la perizia. "Resta salvo - ha aggiunto il giudice, leggendo l'ordinanza - un'ulteriore valutazione nel corso del processo, dopo l'assunzione delle prove". Per la prima volta i fratelli Ramponi si sono riuniti tutti e tre in aula. Scortati dagli agenti della polizia penitenziaria e provenienti da tre carceri diverse, ciascuno si è seduto ai banchi accanto ai propri legali: Dino e Maria Luisa (64 e 60 anni) davanti, Franco (66) dietro di loro. Come hanno precisato i difensori in apertura dell'udienza, nessuno dei tre ha acconsentito a farsi riprendere in aula, dove le telecamere sono state ammesse e questa mattina erano numerose.

Ad assistere alla prima udienza erano presenti anche alcuni dei familiari delle vittime, tra cui Andrea Piffari, fratello di Marco, e Ferdile Bernardello, padre di Davide. A perdere la vita la notte dell'esplosione furono Marco Piffari, 56 anni, comandante della Squadra operativa di supporto del quarto Battaglione carabinieri Veneto, il coetaneo Valerio Daprà, operatore dell'Aliquota di Primo intervento, e il 36enne Davide Bernardello. Altri 25 componenti della task force intervenuti per il sopralluogo nel casolare, tra militari e vigili del fuoco, rimasero feriti, così come la stessa Maria Luisa, che ancora oggi indossava i guanti per le ustioni. I carabinieri si erano recati nel casolare di proprietà dei Ramponi per eseguire una perquisizione prima dell'operazione di sfratto, ma l'ambiente era stato saturato di gas e riempito di bombole e bottiglie molotov. Stando a quanto emerso dalle indagini, sarebbe stata proprio Maria Luisa a innescare la deflagrazione lanciando un accendino sul pavimento cosparso di benzina. Già l'anno precedente, in più occasioni i fratelli Ramponi avevano tentato di impedire lo sfratto della loro cascina, barricandosi sul tetto e minacciando di far scoppiare tutto.

Per ricostruire quanto accadde quella notte saranno sentiti numerosi testimoni, tutti quelli in comune nelle liste depositate dalla pm di Verona Elvira Vitulli, dalle parti civili e dalle difese. Il prossimo 18 novembre si partirà con i primi, tra cui anche Vincenzo Spataro, comandante della compagnia di Villafranca (Verona), coinvolto in un procedimento disciplinare aperto dalla Procura generale di Venezia per accertare eventuali errori nella pianificazione dell'intervento. Anche gli altri due carabinieri sottoposti a procedimento disciplinare, il tenente colonnello Antonio Sframeli e il colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri veronesi, saranno citati in aula come testi. Ammessi anche tutti i consulenti di parte. Per la difesa di Dino Ramponi è stata nominata la criminologa Roberta Bruzzone.

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