BOLOGNA – “Non c’è stata pietà, solo un’indifferenza e una disumanità verbale che tolgono il fiato di fronte a una vita che svanisce”. Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, torna a parlare dopo settimane di silenzio ed elenca, in un post su Instagram, le parole che i poliziotti in servizio il 19 luglio, quando il 42enne è morto durante l’intervento nel cortile di via Svevo, hanno pronunciato, frasi registrate dalla bodycam di uno degli agenti e riportate nella perizia degli esperti della Procura: “E morì, va’”, “Per me può essere pure schiattato”, “È schiattato? Che cazzo me ne frega a me”.”Se schiatta ci divertiamo”. “Sto a posto, sto a posto però la prossima volta ti spiego per bene come si fa, perché così ci facciamo male”.

"Queste – denuncia la giovane - sono le parole esatte registrate dalle loro bodycam mentre mio zio, Abderrahim Fakir, moriva a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, ha gridato e implorato la parola ‘aiuto’ per ben 23 volte”. Per Yossra Fakir, che in piazza Maggiore, l’indomani della morte dello zio, aveva chiesto “verità e dignità”, “chi indossa una divisa ha il dovere di proteggere, non di ignorare un grido d’aiuto o deridere la morte. Un orrore inqualificabile che nessuna scusa potrà mai cancellare”: e dunque sono respinte al mittente le scuse di uno degli agenti alla famiglia e al corpo di polizia. “Io sono sua nipote e parlo a nome di tutta la nostra famiglia, unita al fianco del nostro avvocato Fabio Anselmo per ottenere verità. Non permetteremo che il nome di mio zio venga calpestato, che le sue ultime parole vengano ignorate e che tutto questo passi sotto silenzio. La sua vita aveva un valore. Pretendiamo verità, esigiamo giustizia”, torna a dire.