Lui col branco non ci sta. Come non ci stava Gino Paoli, che cantava «voglio vivere parlando a modo mio». Con questi versi della canzone «Col branco» Alessio Boni dŕ il via al documentario «Senza fine. Quella soffitta sul mare» di Francesco Eramo Puoti, film di apertura di Visioni dal Mondo, dedicato al cantautore, poeta del «Cielo in una stanza», in programma al Teatro Litta mercoledě 16 settembre alle 20.45, tra gli Eventi Speciali Panorama Fuori Concorso.
Una canzone senza fine
In un documentario l’attore rievoca il cantautore e la sua importanza non solo artistica: «Siamo soggiogati da un sistema di potere e oggi uscirne diventa molto difficile»
«Se parlassimo tutti a nome nostro, senza il timore di non arrivare a fine mese, sarebbe un mondo diverso. Perň ci vuole passione, istinto, coraggio» commenta l’attore bergamasco, che infatti si espone sempre per le cause in cui crede. «Se nasci in un posto che non ti permette di sognare e vivere la tua vita, vattene e cerca un posto che te lo permetta. Parlare a modo mio č anche questo». E Boni la vita che voleva č andato a prendersela, invece di restare incastrato in un lavoro che non amava.
Chi era per lei Gino Paoli?
«Le sue canzoni mi hanno accompagnato nella mia adolescenza, per me č colui che nel dopoguerra ha dato una sferzata importante alla musica italiana con la profonditŕ dei suoi testi, parlando di solitudine, di noia, di infelicitŕ, e di cose semplici. Faceva diventare grande la semplicitŕ del quotidiano, sperimentava profondamente il quotidiano del suo io e delle piccole cose che nelle sue canzoni diventano veritŕ».
La scuola genovese di Paoli, De Andrč, Tenco, Lauzi, Bindi era affamata di cultura. Cosa resta di quella fame?
«Potremmo avere tantissimo perché siamo a contatto con il mondo, basta cliccare un pulsante con internet e sei dall’altra parte del pianeta, ma ci neghiamo quella sete di sapere, quella voglia di apprendere, perché siamo obnubilati da questo mondo virtuale che ci corre accanto alla velocitŕ della luce con l’intelligenza artificiale. E l’umano, l’infinitesimale che č la cosa piů importante, soprattutto per i poeti e gli artisti, viene considerato nullo. Una poesia oggi č considerata una stupidaggine, invece potrebbe rivoluzionare la vita».
Paoli ha vissuto la guerra da bambino, tema che torna nel film e che lei ha esplorato a teatro con la sua «Iliade. Il Gioco degli Dei» e «I Persiani» di Eschilo al Teatro greco di Siracusa.
«Con la sua sensibilitŕ, Paoli non poteva che rimanere segnato da quella esperienza. Il Gioco degli Dei č la metafora del gioco dei potenti di oggi, quelli tiravano le file di eroi, questi tirano le file di poveri soldati massacrati. Giocano a Risiko dall’alto del loro potere. Eschilo, come Paoli, invita alle piccole cose: vediti il pianto di tuo figlio, cullalo, guardati il fiore che sboccia, parla d’amore con tua moglie, č quella la vera ricchezza, non il potere, non il denaro. Che poi č quello che diceva Gaber, no?».
Il teatro, la musica, il cinema, ce lo ricordano eppure la storia si ripete. Perché l’essere umano continua a cadere negli stessi errori?
«La coscienza non č piů quella di una volta, una volta aveva una memoria longeva, adesso facciamo una manifestazione di centomila persone in piazza e il giorno dopo nessuno se ne ricorda. Siamo soggiogati da un sistema di potere e uscirne diventa molto difficile, anche perché siamo tutti impegnati a correre nelle nostre ruote da criceto, mentre le immagini dei morti a Gaza, in Ucraina, in Libano, in Sudan ci passano davanti come fosse fiction. Ecco l’importanza del teatro e della sua catarsi, perché nulla č falso in teatro, le interazioni sono piů vere che nella vita davanti alla tv».
Il tema di «Visioni dal Mondo» quest’anno č «Oltre il confine». Cosa le suggerisce?
«Il confine č una cosa terribile, lo fa l’uomo dopo una guerra ed č maschio infatti, e maschilista. L’uomo lo crea e distrugge tutto. Basta guardare cosa succede ancora, da 80 anni, tra Israele e Palestina. Diversa č la frontiera, che č una cosa naturale: dietro quelle cime o quel mare ci sta un’altra cultura, un altro sapore, un altro uomo. La frontiera č femmina, accoglie e abbraccia, come dicevano i greci č l’alta civiltŕ dei popoli nell’accoglienza».
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14 settembre 2026 (modifica il 14 settembre 2026 | 07:53)
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