(di Mauretta Capuano)

Vincere premi da giovane "è

corroborante, da vecchi è confortante" dice Domenico Starnone,

Premio Campiello alla Carriera 2026. "Ci sembra all'improvviso

che tutto quello che era disordine, che sognavamo da ragazzi di

essere, si sia ricomposto in un specie di musica che c'è, ma non

dura. Poi si torna alle incertezze di tutti i giorni e agli

orrori di tutti i giorni. Dovreste dare un premio alla carriera

agli anziani ogni tre-quattro giorni" sorride a poche ore dalla

proclamazione del vincitore del Premio Campiello 2026, il 3

ottobre, per la prima volta al Palazzo del Cinema al Lido di

Venezia.

"La scelta di Domenico Starnone è stata condivisa da tutti i

giurati, quando l'ho proposta c'è stata una standing ovation" ha

spiegato il presidente della giuria dei Letterati, del Premio

Campiello, Roberto Cicutto a cui spetta per statuto la decisione

dell'assegnazione del Premio Campiello alla Carriera.

Scrittore, sceneggiatore, vincitore del Premio Strega nel 2001

con 'Via Gemito', a lungo insegnante nelle scuole superiori,

Starnone conosce bene il mondo scolastico, molto presente nei

suoi primi libri e oggi dice senza esitazioni: "abbiamo bisogno

di una scuola assolutamente nuova in cui si investa molto, che

migliori sia la formazione sia il tenore di vita degli

insegnanti. Abbiamo bisogno di cambiamenti radicali".

Dai suoi libri sono stati realizzati film come 'La scuola',

'Auguri professore' e Denti', ma è diverso scrivere un libro o

per un film. "C'è una differenza enorme. Scrivere un libro

richiede un lungo tempo, una lunga fatica, molti ripensamenti.

Per il cinema, in linea di massima si scrive almeno in due o tre

persone, quindi è un lavoro a suo modo sociale. In più scrivere

per il cinema non significa mettere appunto un'opera, significa

preparare il trampolino per chi deve compiere l'opera, il

regista. Quindi diciamo che scrivere per il cinema significa

prepararsi a sparire dietro il vero racconto che è quello

dell'immagine, siamo lontanissimi dal libro che è una totale

esposizione di sé attraverso l'alfabeto, attraverso la

composizione delle parole. Sono scritture entrambe

dignitosissime ma sulla base di logiche diverse".

A lungo sono circolate ipotesi secondo le quali la misteriosa

scrittrice Elena Ferrante potrebbe essere uno pseudonimo dietro

al quale si nasconde lei o sua moglie Anita Raja, o entrambi?

"È una sciocchezza" dice lo scrittore.

Cosa significa per lei, napoletano, ricevere il Premio

Campiello alla carriera? "Quando scrivi un libro cerchi di

parlare a quanta più gente possibile e quindi cerchi di

attraversare anche questi confini regionali che esistono, sono

veri, ma tutto sta a metterli appunto nel modo giusto. I miei

libri sono pieni di napoletano ma sono amati in Veneto in

Piemonte o in Sicilia".

È in salute la nostra lingua nazionale? Io ho l'impressione che

lo stato sia buono, nel senso che abbiamo una lingua in

movimento e le lingue devono essere in movimento, se sono

sclerotizzate vuol dire che stanno morendo, che stanno male. La

lingua dominante, che ha potere politico ed economico è

l'inglese. Oggi dovremmo dire l'Italia è il bel paese dove l'ok

ha sostituito il si che sta sparendo"

Sta lavorando a qualcosa di nuovo? "A un libro di racconti che è

intitolato 'Belle lettere', una vecchissima espressione che

ormai è in disuso con cui si indicava la letteratura. Sono

tredici racconti, quasi tutti inediti, ce ne sono solo tre che

ho pubblicato altrove, su riviste, uno era uscito su Granta e

dieci anni dopo su The New Yorker. Sono legati da un filo

conduttore su una cosa che non voglio che si percepisca molto

perché dovrebbe far parte del racconto, però diciamo che in

tutti e tredici è centrale il rimando a un libro, a un romanzo".

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