Il dolore di una madre per la morte della figlia può essere considerato una pena già sufficiente, tanto da escludere un'ulteriore sanzione penale? È la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla giudice Nicolina Polifroni del Tribunale di Bologna nel processo per la morte di Arkea Pepa, la bambina di cinque anni annegata il 24 luglio 2024 nella piscina dell'hotel Molino Rosso di Imola. La giudice ha sospeso il procedimento e trasmesso gli atti alla Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla cosiddetta "pena naturale", ovvero la sofferenza eccezionale già subita dall'imputato per le conseguenze della propria condotta.

Nell'ordinanza la giudice solleva, in riferimento agli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell'articolo 131-bis del codice penale, nella parte in cui esclude la possibilità per il giudice di valutare in concreto la particolare tenuità del fatto quando dalla condotta colposa sia derivata la morte di una persona.

La questione riguarda la possibilità di non applicare la pena nei casi di omicidio colposo di un familiare stretto, quando il grado di colpa sia contenuto e il dolore patito renda la sanzione sproporzionata. Sollevata anche una questione sull'esclusione automatica della particolare tenuità del fatto nei reati colposi che provocano la morte di una persona.

Per la tragedia avvenuta due anni fa sono imputati di omicidio colposo la madre della bambina e il bagnino incaricato della vigilanza.