(dell'inviata Francesca Pierleoni)

Nel 1962 usciva Le Piccole Virtù,

raccolta di racconti fortemente autobiografici di Natalia

Ginzburg, su un arco temporale dal periodo della guerra al 1960.

Fra quelli sul conflitto, c'è Scarpe Rotte, incentrato su una

moglie che affronta la lunga prigionia del marito. Una storia

ora diventata un film dallo stesso titolo, diretto da una

cineasta libera e originale come Roberta Torre, con protagoniste

Barbara Ronchi e Mersila Sokoli che debutta alla Mostra

Internazionale del cinema di Venezia nella sezione autonoma

Giornate degli Autori come film d'apertura in Notti Veneziane.

Quello di Natalia Ginzburg è un testo "che ha una sua epoca

ma in realtà parla dell'oggi - spiega la regista all'ANSA - e

soprattutto parla dell'attesa, un codice che nei confronti di un

momento storico come quello che stiamo vivendo fa parte molto

della categoria femminile: quella di una donna è un'attesa

resiliente, resistente".

Nella storia (producono Faber Produzioni, Stemal

Entertainment, Draka Production con Rai Cinema), siamo a Roma,

durante la seconda guerra mondiale. Clara (Ronchi) e Vera

(Sokoli) trascorrono il tempo in casa parlando delle loro

esperienze, del quotidiano, di chi c'è e chi non c'è.

Conversazioni che tra sogno, incubo e realtà, passato, presente

e futuro, hanno come filo rosso le scarpe. "Gran parte del

fascino di questa storia viene dalla possibilità di deviare un

po' lo sguardo - osserva la regista di film come Mare Nero e Le

Favolose - portandolo su qualcosa di apparentemente meno

importante come possono essere le scarpe, per proteggersi da un

dolore, dal mondo esterno che è minaccioso, dal doversi

confrontare con la perdita, con il dolore, con la morte, con la

mancanza. Le scarpe diventano una metafora di racconto, di un

cammino, di una vita e le scarpe rotte in particolare sono una

sorta di testimonianza del fatto che comunque si è andati

avanti, si è camminato, si è attraversato il deserto, si è

ritornati a casa dopo questo lungo viaggio. La scarpa diventa

anche un segno di memoria, di racconto".

Per Barbara Ronchi, che quest'anno al Lido è anche fra i

giurati della sezione Orizzonti, "Clara vive, in una stanza, il

suo momento privato, intimo, di sospensione in cui non si sa che

cosa accadrà. Non riesce a vedere il suo amore, in quella fase

non è una madre, non è una figlia, non è una moglie, è soltanto

lei. È poi in dialogo con Vera che forse esiste, forse no.

Quello che sappiamo di Clara è che sta facendo di tutto per non

impazzire. C'è una guerra fuori, ma c'è una guerra anche dentro

di lei: rischia di non alzarsi più dal letto, di cadere in una

depressione profonda. È a rischio di poter scomparire e invece

rimane. È quella resistenza di cui parlava anche Roberta".

La regista, che con Tano da Morire ha vinto alla Mostra nel

1997 il Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima, commenta

infine anche la scarsa presenza di registe nella corsa per il

Leone d'Oro quest'anno: "Non è un caso che ci siano poche donne,

non si può pensare che la qualità nasca spontanea, come i

funghi. Il cinema è innanzitutto una professione, un mestiere,

ha una base solidissima, industriale. La qualità in un film

nasce anche dal grosso lavoro di tutta una serie di

professionalità che sono dietro la macchina da presa e che

sappiamo bene hanno dei costi molti alti. Si deve lavorare

innanzitutto nell'ambito delle risorse: senza averne di

adeguate, le donne non avranno mai le stesse possibilità. È come

un gioco dell'oca, non abbiamo le risorse e quindi non arriva la

qualità, la qualità non arriva e quindi non abbiamo le risorse".

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