“Abbiamo disinnescato una situazione che poteva essere drammatica, in 48 ore, con l’aiuto di una psicologa, classe per classe e, alla fine, questa vicenda, ci ha avvicinati molto, noi insegnanti e gli studenti”: il preside Mosè Laurenzano parla alla fine dell’assemblea di istituto della sua scuola, l’istituto Giovanni Falcone di Loano, 50 classi, oltre mille alunni che frequentano il liceo scientifico, l’indirizzo geometri, l’indirizzo ragioneria o l’indirizzo moda e turismo. Il 23 ottobre doveva essere il D-Day, il giorno in cui “portiamo le molotov e la benzina e incendiamo tutto”, era rimbalzato su una chat whatsapp "Occupazione del Falcone” che aveva riunito, in poche ore oltre 800 numeri di telefono, qualche giorno fa.

"Il 23 ottobre era previsto l’assalto alla scuola – conferma Laurenzano – alcuni studenti mi hanno mostrato gli screenshot: di ora in ora, i messaggi si facevano sempre più violenti. Per prima cosa ho fatto segnalazione alle forze dell’ordine, affinché facessero il loro lavoro, mentre io ho cominciato a fare il mio: occuparmi dei ragazzi. Per prima cosa ho scritto una circolare alle famiglie, pregando i genitori di parlare con i loro figli e riflettere su questa iniziativa. E ho rivolto un appello a tutti: richiamando tutti a onorare il nome di questa scuola, Giovanni Falcone, e i principi di legalità, rispetto, solidarietà, giustizia e non violenza che questo nome rappresenta e di cui tutti dobbiamo essere all’altezza”.

E’ stata una corsa contro il tempo, il preside ha ben presente le dinamiche che hanno portato agli scontri a Milano e a Torino. “Dai primi screenshot alla convocazione dell’assalto c’erano, soltanto, poco più di 48 ore – spiega il dirigente – dovevamo farcela: avevo 50 classi e poco tempo, ma volevo e dovevo parlare con tutti i ragazzi. Ho chiamato una psicologa per aiutarci, prima abbiamo fatto una riunione con lei, poi ci siamo divisi le classi con la terapeuta, i genitori candidati al consiglio di istituto ed io. E non potevamo avere fretta: per parlare con i ragazzi ci vuole tempo, ci siamo dati un’ora per classe almeno. E nelle aule si sono aperti i confronti, abbiamo cominciato a capire che i ragazzi non sapevano chi li avesse inseriti nella chat, che molte delle persone che scrivevano messaggi non erano conosciute, come poi ci hanno confermato i carabinieri, diversi messaggi sono stati scritti da adulti”. Una miccia che stava pericolosamente accelerando, da quella prima chat incendiaria, spiega il preside, ne sono gemmate altre, in cui addirittura si sono arrivate a minacciare di violenza le ragazze dell’istituto: “Non sappiamo cosa sia successo, ma a un certo punto si intrecciavano diverse chat con messaggi sempre più violenti”, conferma. La situazione era così tesa che anche il sindaco di Loano, Luca Lettieri, ha rivolto un appello ai ragazzi e alle famiglie.

Il lavoro, lento e ostinato, di dialogo, però, ha portato al risultato: la mattina di venerdì 23 ottobre, data prevista per incendiare la scuola di Loano, i ragazzi sono entrati e si sono riuniti in assemblea con il preside e i docenti, per proseguire il lavoro di cucitura di una comunità. “Questa vicenda, alla fine, è stata un’occasione per avvicinarci moltissimo”, sorride il preside. Che però mette in guardia: “C’è una regia precisa, esterna, che fomenta tutto questo: mentre veniva organizzata la protesta violenta al Falcone, stavano già cominciando a girare messaggi di convocazione per un’altra scuola, a Albenga, il liceo Bruno, con le stesse modalità – indica – è come un contagio, precisamente organizzato, ma noi abbiamo alcuni anticorpi e dobbiamo riuscire a metterli in circolo per tempo: per questo voglio avvertire le altre comunità scolastiche, perché noi ce l’abbiamo fatta, un po’ rocambolescamente, in 48 ore, ma sarebbe meglio avere tempo in più”.