(di Rosanna Pugliese)

A chi pensa che restringere il

focus sia il segreto del successo, il percorso di Giuseppe

Sinopoli, compositore italiano commemorato ieri alla Philarmonie

di Berlino, dimostra esattamente il contrario. Amatissimo dai

tedeschi, fra i maggiori interpreti di Wagner al mondo, questo

direttore d'orchestra che fu lanciato proprio in Germania, era

di un eclettismo spudorato. "Si era laureato in Medicina con una

tesi in psichiatria, e tre giorni dopo la sua morte avrebbe

dovuto discutere la tesi in Archeologia, su un modulo di

costruzione mesopotamico". Invece, fu stato stroncato da un

infarto sul palco, il 20 aprile 2001, a soli 54 anni, mentre

dirigeva il terzo atto dell'Aida alla Deutsche Oper, proprio

nella capitale tedesca. A raccontare l'incessante ricerca di

questo musicista geniale è il figlio Marco Sinopoli, che tanto

ha ereditato da lui, dedicandosi a sua volta alla musica, e a

molto altro. In un'intervista all'ANSA ricorda: "avevo un

rapporto semplice con mio padre. Non mi ha mai imposto nulla, ma

mi affascinava molto tutto quello che faceva". E il papà di

Marco non si fermava mai: "Quando era impegnato nelle prove,

durante le pause, correggeva le versione di greco a mio fratello

e i miei geroglifici, inviati per fax". Le sue ultime

composizioni risalgono agli anni '70, spiega, "definiva quella

fase ellenistica, gli sembrava un momento di decadenza, e nel

suo ultimo lavoro, in controtendenza, aveva recuperato il valore

della melodia". Una scelta che da compositore condivide: "dopo

molta sperimentazione, sto tornando a una visione della musica

più comunicativa, per una maggiore connessione con le nostre

emozioni". Con una punta di amarezza, riferisce che "poco prima

morire papà avrebbe voluto riprendere a comporre. Chissà cosa

avrebbe tirato ancora fuori".

Il legame con la città che, su iniziativa dell'Istituto di

Cultura italiano guidato da Alessandro Turci, gli dedica il

ciclo "Sinopoliana" a 25 anni dalla scomparsa, era fortissimo:

"ha fatto tante cose qui, e la città chiaramente lo amava. Ma

questo riguarda un po' tutta la Germania. È stato un paese

importantissimo dal punto di vista artistico e culturale per

lui, che era proprio mitteleuropeo di formazione: tutta la

filosofia tedesca e il pensiero psicoanalitico lo avevano

influenzato molto. È chiaro che questo mondo non poteva che

affascinarlo e ci si è immerso intensamente. Questo il popolo

tedesco lo ha riconosciuto, e c'è stato un dialogo profondo".

Quanto di Giuseppe Sinopoli si può trovare nel figlio Marco?

"Abbiamo sicuramente dei tratti simili, nonostante la sua forma

mentis sia imparagonabile - è la risposta che porge con umiltà

l'erede che, alla Philarmonie, ha ricordato il padre prendendo

la parola sul palco e che ha composto un'opera per lui che

eseguirà in Messico -. Però abbiamo percorsi un po' diversi".

Marco Sinopoli ha studiato chitarra elettrica nel jazz e nel

rock, e composizione classica. "Le scelte che faccio sono sempre

estremamente etiche, vengono da un ascolto profondo, non c'è mai

stata nessuna voglia di emulare mio padre. Anzi, dal punto di

vista compositivo ho avuto più difficoltà, perché venivo da un

altro genere di musica". Del padre ha certamente anche la voglia

di cimentarsi con discipline molto diverse: "Sto studiando

psicologia. Sono molto legato al mondo orientale adesso e sto

diventando insegnante di Qigong. Mi sto dedicando

all'energetica, alla medicina tradizionale cinese. E tutte

queste cose formano il mio percorso, per trovare una voce onesta

con me stesso, che poi si riflette sulle mie scelte". Il 15

novembre sarà a Dresda, ultima tappa di Sinopoliana, e col suo

gruppo eseguirà il suo "Apres Ravel".

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