"Il futuro è una scelta, non un
destino. Gli algoritmi ottimizzano, prevedono, automatizzano, ma
non scelgono nel senso pieno del termine. Scegliere implica
valori, responsabilità, capacità di immaginare ciò che non c'è
ancora. Il rischio segnalato dal libro non è il dominio della
macchina, ma la rinuncia dell'uomo a presidiare il perimetro di
ciò che non vuole cedere". E' questo il presupposto al centro di
"Il futuro non è un algoritmo", di Fabio De Felice e Roberto
Race (Luiss University Press, pagg.184 18 euro) con la
prefazione di Gianluca Comandini ed una postfazione di Vincenzo
Paglia.
Con questo libro gli autori vogliono mettere in evidenza il
ruolo attivo e decisivo dell'uomo nell'indirizzare lo sviluppo
tecnologico e accompagnano il lettore attraverso un'ampia
rassegna delle applicazioni dell'IA: dalla formazione alla
sanità, dalla giustizia alle smart city, dall'arte "aumentata"
alle forme di partecipazione civica e tracciano, per ciascun
ambito della vita sociale, i percorsi attraverso cui l'IA può
contribuire a migliorare o, al contrario, a compromettere le
condizioni dell'esistenza.
Il lavoro, spiegano gli autori, vuole portare il lettore a
riflettere sul fatto che il futuro è una scelta, non un destino.
E ciascuno di noi è chiamato, nel proprio ambito, a interrogarsi
su quale contributo vuole dare. "Se c'è una direzione che vale
la pena seguire - spiegano - è quella che ci conduce a costruire
insieme, con parole lente, pensieri lunghi, scelte condivise.
Perché il mondo che verrà non è un algoritmo. È un'opera
collettiva".
"Dobbiamo soffermarci e guardare la realtà che si presenta
come uno specchio che riflette ciò che siamo, le nostre
intenzioni, le nostre paure, la qualità delle nostre relazioni.
Perché la tecnologia, in fondo, non è mai neutra: porta con sé
una visione dell'uomo e del mondo. L'intelligenza artificiale,
gli algoritmi, le piattaforme che organizzano il lavoro,
l'informazione, la scuola, la democrazia, interrogano il nostro
modo di stare insieme. Ci chiedono non solo cosa possiamo fare,
ma cosa vogliamo custodire. In questo spazio di domande si
gioca una responsabilità collettiva", scrive nella postfazione
monsignor Vincenzo Paglia. "Il futuro non è scritto dai codici,
ma dalle scelte che li guidano".
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