Non è stato "certamente" dimostrato
ciò che sosteneva l'accusa, "ossia che, al fine di ottenere
l'assenso all'intervento edilizio" e "ottenere i titoli
abitativi alla costruzione di Torre Milano, vi sia stato un
accordo illecito tra costruttori e funzionari, volto a trovare
interpretazioni di 'comodo' e scorrette alle norme da applicare"
o a "formare atti amministrativi illegittimi".
Lo scrive la giudice di Milano Paola Braggion nelle
motivazioni della prima sentenza nei processi sull'urbanistica,
quella sul caso del grattacielo di via Stresa, che il 16 giugno
ha assolto tutti e otto gli imputati, tra costruttori,
progettista, ex dirigenti e funzionari del Comune, "perché il
fatto non costituisce reato" dalle imputazioni di abuso edilizio
e lottizzazione abusiva.
Gli imputati, si legge nelle motivazioni da poco depositate,
hanno agito "pensando di operare in conformità del Pgt", piano
di governo del territorio, "e della legge regionale, in linea
con la giurisprudenza amministrativa e i pareri dell'Avvocatura
Comunale, essendo sorto solo dopo il 2023 il contrasto
interpretativo" tra le norme, mentre Torre Milano venne
realizzata prima del 2022.
Tutti scagionati, dunque, come già riportato in brevi
motivazioni riassuntive del verdetto a giugno, perché almeno
fino al 2023 erano tutti in buona fede, date le regole e le
prassi che c'erano. Un problema di interpretazione di norme,
quindi, come ripetevano da tempo difese e Comune. L'assoluzione
è stata decisa per mancanza dell'elemento soggettivo nei reati
contestati, sia dal punto di vista del "dolo" che della "colpa"
da parte degli imputati.
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