(di Paolo Petroni)

Il crack del 1929 colpì tutti i

cittadini americani, ''fu un'esperienza nazionale che non si può

sperare di chiarire dal punto di vista di una persona o di un

singolo gruppo'' scrive Arthur Miller parlando de 'L'orologio

americano', che oggi Elio De Capitani con diciotto giovani

attori appena diplomati all'Accademia Nazionale d'Arte

Drammatica D'Amico porta in scena in modo spettacolare questa

realtà esemplare di allora che pare quasi una distopia dei

timori odierni di bolle finanziarie, coinvolgente, tra varietà e

circo, ritmato e colorato, nella nuova traduzione di Cristina

Viti, sino a domenica al Vascello di Roma e dal 23 ottobre

all'Elfo Puccini di Milano.

Il dramma, spiega lo stesso autore, è stato scritto nel

1979/80 cercando non di raccontare una storia, ma proponendo una

rappresentazione corale di cosa significò e rappresentò quel

momento improvviso di crudeltà e povertà generale non solo come

fine del Sogno Americano, ma anche come riflessione sull'idea di

progresso e sulla scoperta, nella disgrazia, di nuovi valori di

fraternità. Tutto questo ci pare vada a coincidere con quel

teatro di De Capitani in cui è spesso chiara una vena neo

brechtiana, qui evidente nella scelta del teatro nel teatro, dei

siparietti tra scena e scena, delle canzoni e soprattutto nello

sdoppiamento di molti personaggi a evidenziare uno straniamento

tra racconto e recitazione, tra il presentarsi e il

rappresentarsi, cui si aggiunge per tutti l'uso di maschere,

proprio a rendere l'io esemplare, realizzate dalla classe di

trucco e maschera dell'Accademia di Brera. Nasce uno spettacolo

teatral circense di bella fantasia che ha spunti che vanno da

Fellini a 'Cabaret' di Bob Fosse sino a un dichiarato Otto Dix

che si raffigura vestito da uomo d'affari con attorno musica e

danze discinte in un bordello dove campeggiano due colonne che

ritroviamo nella scena di Carlo Sala che firma anche i costumi,

mentre le musiche originali eseguite dal vivo sono di Mario

Arcari.

Così c'è Arthur Robertson, che si rende conto della

situazione e ci spiega la bolla finanziaria vendendo tutto alla

viglia del crack salvandosi, mentre la ricca famiglia Baum

scivola nella disoccupazione e l'indigenza col padre Moe, la

madre Rose e il figlio Lee che è quello più sensibile al lato

umano della nuova situazione, e attorno un gran numero di

personaggi diversi, dai finanzieri interessati solo alle azioni

e non al ruolo reale delle imprese, ai contadini che lottano per

non farsi mettere tutto all'asta per insolvenza, al ruolo delle

donne, apparentemente più superficiali, ma in realtà con

sotterranea forza di reagire. Sarà la giovane Edie a cercar di

convertire al marxismo e diventare comunista Lee, che nota come

il socialismo in America non prenda nemmeno gli operai di

Detroit, e sarà con una lode di Lee alla propria madre che

Miller chiude nel segno della speranza roosveltiana il dramma,

ricordandone le contraddizioni che sono le stesse di tutto il

paese in quegli anni terribili, i timori e gli entusiasmi,

l'ossessione per il denaro e la fiducia nel futuro: ''So

soltanto che ogni volta che penso a lei la testa mi si riempie

di vita''.

Tutti i personaggi appaiono un po' come marionette

umanizzate, una realtà difficile, sempre in bilico per non

perdere credibilità che riesce grazie all'impegno e la bravura

degli interpreti, una squadra giovane che non si risparmia,

recita, canta e balla mantenendo un ritmo incredibile, che

rallenta solo per momenti di verità più intima. Sarebbe ingiusto

non citarli tutti assieme, senza distinzioni, da Angelica

Barelli a Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara

Casarin, Laura Cestaro, Flavio D'Andrea, Edoardo De Padova, Anna

Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli,

Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia,

Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara

Trombini, Nicola Vantaggi. Diciotto attori, ognuno impegnato

anche in più ruoli, quanti ne usò anche Elio Petri nel 1981 per

l'altra realizzazione di questo testo con 50 e più personaggi,

sfida anche produttiva che ora vede assieme lo sforzo della

benemerita Accademia D'Amico e del Teatro dell'Elfo, di cui De

Capitani è regista stabile, che qui sembra aver raccolto anche

echi di certe regie di Aldo Trionfo e, per chi li ricorda

folgoranti, di certi storici spettacoli del Gruppo della Rocca.

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