Far risuonare nelle stanze della

Villa di Sant'Agata le note di Giuseppe Verdi "esattamente come

sono scritte, mi sembra il modo più semplice e più serio di

rendergli omaggio. E di ricordare a tutti che quella casa non

può restare in silenzio". Lo dice Riccardo Muti, in vista del

momento musicale del 12 settembre nella dimora del grande

compositore nel Piacentino, per riaccendere l'attenzione sullo

stato di abbandono.

"Quando si esegue Verdi - dice il maestro Muti - capita

ancora di percepire un'indulgenza che nessuno si permetterebbe

con Mozart o con Wagner: come se la nostra opera potesse fare a

meno del rigore che riserviamo alla musica sinfonica. È un'idea

contro cui mi batto da tutta la vita. Verdi è un classico, e

come ogni classico chiede pudore. Le sue melodie non vanno

gonfiate, non vanno intenerite, non vanno piegate all'effetto:

la sua arte è severa, riservata, trattenuta. Il sentimento è già

dentro la nota. Non occorre aggiungerlo dal di fuori. Quella che

chiamiamo tradizione è, il più delle volte, il sedimento di

abitudini che nessuno ha più il coraggio di verificare: l'acuto

che non è scritto, il rallentando che serve soltanto a far

respirare la voce, l'accento enfatico messo dove il compositore

aveva chiesto altro, la nota alterata per strappare l'applauso".

Verdi stesso, dice Muti, protestava contro chi cantava con

troppo accento e troppo melodrammaticamente, e non si stancava

di denunciare l'abitudine di modificare ciò che lui aveva

calcolato al millimetro. Non erano capricci di autore permaloso:

erano difese. Il rimedio è di una semplicità quasi imbarazzante:

leggere. Vagliare il libretto parola per parola, mettere

l'accento dove lo ha messo lui, pretendere una dizione chiara e

naturale. Accorgersi che le introduzioni strumentali, quasi

sempre suonate con distrazione, sono capolavori. E ricordare che

i pianissimo verdiani, che sono ovunque, vanno eseguiti con

energia, che è poi la cosa più difficile di tutte. Chi teme che

questo sia un esercizio di archeologia si sbaglia. Tornare alla

partitura non rende quella musica più vecchia: la rende

irriconoscibilmente nuova. E se esiste un luogo in cui tutto

questo smette di essere una questione teorica, è la casa di

Sant'Agata. Lì quelle note sono state pensate, scritte,

corrette, rifiutate e riscritte".

Per questo, "farle risuonare in quelle stanze esattamente

come sono scritte mi sembra il modo più semplice e più serio di

rendergli omaggio. E di ricordare a tutti che quella casa non

può restare in silenzio", conclude.

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