(di Francesca Pierleoni)
Quando "ho visto tante chiamate sul
telefono pensavo fosse successo qualcosa di grave, che fosse
morto qualcuno ... invece fortunatamente era per qualcosa di
bello". Lo dice, sorridente e emozionato, Paolo Strippoli
nell'incontro con i giornalisti italiani, in streaming, da Los
Angeles, commentando la designazione del suo film, L'estranea a
rappresentare l'Italia alla 99/a edizione degli Academy Awards
per la categoria Miglior film internazionale
Con lui, tra i 21 titoli in lizza, c'erano fra gli altri,
Succederà questa notte di Nanni Moretti, Ritorno a Buenos Aires
di Marco Bechis, I figli della scimmia di Tommaso Landucci, Le
bambine di Valentina Bertani e Nicole Bertani, Gioia Mia di
Margherita Spampinato, Anna di Monica Guerritore, La vita va
così di Riccardo Milani, Le cose non dette di Gabriele Muccino,
Primavera di Damiano Michieletto, Tre ciotole di Isabel Coixet.
"Ci sono in quella lista tanti colleghi che stimo tantissimo -
dice -. Sono felice sia stato selezionato L'Estranea, però sono
anche consapevole che c'erano dei film molto validi e che ho
apprezzato tanto". Strippoli, classe 1993, di Corato (Bari),
laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza di
Roma e diplomato al Centro Sperimentale è stato in passato anche
assistente alla regia di Gianni Amelio, ha vinto il premio
Solinas e ha già firmato altri tre film, A Classic Horror Story
(codiretto con Roberto De Feo), Piove e La Valle dei sorrisi.
Incursioni nell'horror e nel thriller che hanno conquistato
un'attenzione internazionale. L'estranea, favola nera
interpretata fra gli altri da Jasmine Trinca, Romana Maggiora
Vergano, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, dopo il
debutto in gara all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, ha
ottenuto il secondo posto del People's Choice Midnight Madness
Award a Toronto ed è già stato selezionato per altri festival
internazionali. L'arrivo nelle sale italiane è previsto l'8
ottobre con 01 Distribution. Averlo designato agli Oscar
rappresenta un'apertura alla nuova generazione di registi
italiani: "E' un segnale enorme, fortissimo, anche perché è un
film di genere, e penso che siano tantissimi anni che non viene
proposto qualcosa che gioca con il thriller, con l'horror. Un
altro aspetto che rende questa scelta molto inaspettata e molto
coraggiosa". Il fatto "che io abbia 33 anni (nella lista delle
designazioni italiane lo batte solo Marco Bellocchio, che era
27enne quando il suo La Cina è vicina fu scelto, nel 1967, ndr)
- aggiunge - è il segnale di fiducia nei confronti di questo
film e quindi anche nei miei confronti e questo mi commuove". Un
elemento di cambiamento che "spero non sia un unicum, ma venga
raccolto anche dai decision maker della nostra industria
cinematografica. Abbiamo sempre questa concezione che sia
piccola, invece siamo molto grandi e dimostriamo una varietà che
poi appena esci dai nostri confini ci riconoscono. Questo non è
un segnale che porta i trentenni davanti ai grandi maestri, ai
registi che hanno un'esperienza maggiore, ma li fa coesistere".
All'estero "c'è un grande amore per il nostro cinema", anche per
quello contemporaneo" sottolinea. Si discute "della mancanza di
registe donne, ma qui a Los Angeles le persone mi parlano di
Carolina Cavalli, Laura Samani. Si parla di autori come Gabriele
Mainetti. La luce su di loro da parte degli studios, dei
produttori, è super accesa". Strippoli è convinto che oggi il
nuovo cinema d'autore sia "il cinema di generi, ibrido, un
incontro scontro di diverse culture e elementi". Un mix in cui
lui infonde un'anima "profondamente italiana". L'estranea è nato
inoltre "da una troupe di ragazzi, che mi accompagna
dall'inizio. Con loro ho fatto la scuola di cinema e il mio
sceneggiatore (Salvatore De Chirico, ndr) è mio amico dai tempi
dell'infanzia". Ora per il film, prodotto da Propaganda Italia,
con Rai Cinema e Dinamo Film, coprodotto da Kazak Productions e
Tarantula Film, è già partita la strategia per gli Oscar: "Si
sta ragionando in modo molto concreto con dei distributori di un
certo peso - spiega Paolo Del Brocco ad di Rai Cinema -. La
campagna Oscar senza un distributore che crede fortemente in
America nel film è, non dico Mission Impossible, ma quasi. Qui,
a mio avviso, se andranno in porto determinati ragionamenti,
secondo me siamo un passo avanti".
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