In Rete ferroviaria italiana "sono

state create le condizioni perché le esigenze di sicurezza non

prevalessero su quelle del blocco della circolazione e

economiche per le manutenzioni e non sono stati forniti gli

strumenti, anzi la società era strutturata in senso opposto". E'

un altro passaggio dell'intervento della pm Maura Ripamonti nel

processo milanese d'appello sul disastro ferroviario di

Pioltello, che causò tre morti nel 2018 con il deragliamento di

un treno regionale. La Procura ha chiesto di ribaltare le

assoluzioni del primo grado decise dal Tribunale per l'ex ad

Maurizio Gentile, per due ex dirigenti e per la stessa Rfi.

La pm ha ricordato che gli operai del Nucleo manutentivo nel

primo grado hanno spiegato che "sulla manutenzione facevano il

minimo necessario, tutto il resto era appaltato a ditte

appaltatrici esterne e questa era una linea precisa, un

indirizzo strategico della società". Il manutentore "non aveva

le procedure che gli consentivano di intervenire", la

segnalazione "partiva dagli operai e arrivava al capo della

Unità manutentiva", ma poi "le procedure erano imprecise".

In quella tratta, in quel periodo, "100 treni al giorno - ha

detto la pm- passavano sopra 26 giunti ammalorati". Si sono

"create le condizioni", secondo la pm, perché Marco Albanesi, ex

responsabile dell'Unità manutentiva e unico condannato, "non

intervenisse e queste condizioni sono state create a livello

centrale e superiore. Certo che Albanesi poteva sostituire il

giunto anche forzando la mano - ha aggiunto - ma come siamo

arrivati a questa situazione? Ci siamo arrivati perché la

società faceva prevalere le esigenze economiche su quelle della

sicurezza".

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