Prima Giovanni Falcone, poi, dopo la sua morte, Paolo Borsellino erano intenzionati ad andare a fondo nelle indagini sulle infiltrazioni mafiose nei grandi appalti. Lo dimostra il loro lavoro. Lo dimostrano le tante dichiarazioni pubbliche rese. Entrambi operavano in un clima di ostilità ed emarginazione: furono cioè lasciati soli dai colleghi. Ed è in questo contesto che maturarono le stragi in cui persero la vita.

Sono le conclusioni a cui arriva il gip di Caltanissetta Santi Bologna, costretto però ad archiviare il filone di inchiesta contro ignoti sugli attentati ai due magistrati che vedeva proprio nel dossier mafia-appalti il movente della loro eliminazione. Il provvedimento con il quale il giudice, accogliendo la richiesta dei pm, chiude questo capitolo delle indagini sulle stragi del '92 è lungo più di 600 pagine. E alterna la ricostruzione delle attività investigative e le argomentazioni della Procura a osservazioni dello stesso gip.

Un'operazione complessa che porta però a una conclusione netta: "l'analisi svolta, pur evidenziando il clima ostile nel quale si trovarono ad operare i dottori Falcone e Borsellino all'interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992 e pur mettendo in luce la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi, che si trovarono ad operare in relazione ai procedimenti che toccavano uno degli argomenti di maggior interesse per gli stessi Falcone e Borsellino (il rapporto tra cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici), non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo, che possa portare all'identificazione di specifici soggetti tra i magistrati o tra esponenti del mondo politico-imprenditoriale legati a costoro da poter iscrivere quali concorrenti morali (e ancor più materiali) in relazione alle due stragi".

Si chiude, invece, per la prescrizione del reato contestato - il favoreggiamento aggravato - il procedimento aperto a carico degli ex pm Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, accusati di aver insabbiato il dossier mafia-appalti nell'interesse di imprenditori vicini a Cosa nostra, un'altra tranche della maxi indagine sulle stragi. Natoli rispondeva anche di calunnia, ma per il giudice mancherebbe il dolo. Ai due ex pm, però, Bologna non risparmia bordate definendo "anomalo" il modo in cui trattarono i procedimenti aperti sulle mani delle cosche nelle grandi opere pubbliche.

E nel lunghissimo provvedimento non mancano stoccate anche a un altro ex pm, Roberto Scarpinato, ora senatore del M5s e componente della commissione Antimafia, criticato per aver imbeccato Natoli, suo ex collega, prima che venisse audito a Palazzo San Macuto. "Quello che qui è doveroso segnalare - scrive il giudice - è l'attività depistante possa in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del dottor Natoli". Parole che scatenano l'attacco dei membri del centrodestra in Antimafia.

Fdi parla di "gravissime responsabilità" del senatore cinquestelle mentre il vicepresidente della Commissione D'Attis (Fi) definisce "inquietante" il suo comportamento.

Sull'interesse di Falcone e Borsellino per le inchieste sugli appalti Bologna ritorna comunque più volte. "E' falso sostenere che i rapporti tra Falcone e il procedimento mafia-appalti siano stati limitati alla mera ricezione dell'annotazione del 16.02.1991 da parte del magistrato. - scrive - Alla luce di tutto questo è quindi evidente che Pignatone ha mentito quando in sede di audizione al Csm ha affermato che 'Falcone di questo rapporto non se ne è mai occupato perché lo ha ricevuto lo ha messo in cassaforte e se ne è andato'". E, aggiunge il gip, "oltre ogni ragionevole dubbio, è provato l'interesse di Borsellino ad approfondire il tema".

Bologna parla poi di "relazioni ambigue di alcuni magistrati della Procura di Palermo di quegli anni (emblematicamente il procuratore capo Giammanco) e della cattiva gestione di alcuni procedimenti che toccavano i più vitali interessi della criminalità organizzata in relazione al settore degli appalti".

Falcone e Borsellino - per il magistrato- erano "percepiti, non solo all'interno di una parte (purtroppo non così esigua) della magistratura, ma anche all'esterno dell'ordine giudiziario (e quindi anche dagli appartenenti ad una consorteria criminale con collusioni e vicinanze a tutti i livelli che cosa nostra, soprattutto in quel periodo storico, possedeva) come gli ultimi depositari di un metodo di lavoro e di una concezione attiva ed energica nel contrasto a Cosa nostra".

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