"Il triestino sta scomparendo. I

giovani lo parlano sempre meno: i dialetti sono stati messi nel

recinto, in una sorta di riserva indiana". Fresco del premio

Letterario Nazionale Giuseppe Malattia della Vallata ricevuto

per i meriti della carriera nell'ambito di Pordenonelegge, il

poeta triestino dialettale Claudio Grisancich illustra il suo

punto di vista sull'importanza del dialetto. "La globalizzazione

ha creato conformismo linguistico, l'inglese si è imposto sulle

lingue nazionali e le ha stravolte".

Per Grisancich, che da sessant'anni affida al triestino una

parte fondamentale della propria produzione, dialetto e italiano

non sono intercambiabili. "Le poesie nascono o in dialetto o in

lingua, non nascono in un modo per poi essere tradotte

nell'altro. Quando dovevo preparare per qualche raccolta la

traduzione italiana delle mie poesie dialettali mi sentivo

infelice: si rispettavano i concetti, ma si perdevano il

fascino, il sapore, il profumo". Tra i poeti che ancora si

esprimono in triestino, Grisancich ha citato Patrizia Sorrentino

ed Ezio Giust. Ad essere cambiato, secondo il poeta, non è solo

il rapporto con la lingua, ma anche il modo di fare cultura:

"Negli anni Cinquanta a Trieste c'erano fermento, giovani molto

in gamba nella scrittura e nelle arti visive, voglia di fare,

lavorare e stare assieme. Ci si incontrava, si parlava, si

mostravano le proprie cose. Oggi ognuno lavora nel proprio

guscio". La ricchezza di quella stagione, osserva, "non era

soltanto creare, ma creare insieme e influenzarsi a vicenda". Il

premio gli ha dato anche l'occasione di rileggersi dopo molto

tempo. "Mi sono meravigliato di quanto sono stato bravo",

scherza. "Quelle poesie le sento pienamente mie e ne vado molto

fiero. Riesco sempre a riconnettermi alla persona che ero quando

le scrivevo: è questa la magia della poesia, ti restituisce gli

stessi profumi e la stessa musica anche dopo decenni".

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