(di Lucia Magi)

Nathan Fielder è ancora

confuso. Sono passati anni dalla fine delle riprese di 'You Can

See Everything', il documentario su Elizabeth Holmes, ex enfant

prodige della Silicon Valley finita in carcere per frode, ma il

regista non riesce a dare un resoconto lucido di

quell'esperienza. "Ancora oggi non sono sicuro di cos'ho

vissuto", ha ammesso all'Academy Museum di Los Angeles dopo la

proiezione del documentario, già diventato un fenomeno negli

Stati Uniti, tanto che molti lo vorrebbero in corsa per gli

Oscar nella categoria del miglior film. "Forse, ora che è

uscito, chi lo vede potrà aiutarmi a capire quello che abbiamo

passato".

Presentato a sorpresa al festival di Telluride, il

documentario di 174 minuti prodotto da A24 segue la fondatrice

di Theranos negli ultimi giorni di libertà prima del suo

ingresso in carcere nel 2023. Holmes, condannata a undici anni

per aver frodato gli investitori della società che prometteva di

rivoluzionare le analisi del sangue, invita i due registi,

Fielder e Lance Oppenheim, nella casa che ha preso in affitto

sulla spiaggia di San Diego, in California, dove ha deciso di

aspettare l'inizio della pena, rinviato da una gravidanza e dai

ricorsi in tribunale. Con lei ci sono il compagno Billy Evans e

i loro due figli, un bambino e una neonata di tre mesi. Ai

registi viene promesso accesso completo, totale trasparenza:

"Potete vedere tutto", appunto.

'You Can See Everything' è però molto più di un'indagine

sulla colpevolezza o sull'innocenza di Holmes. Diventa presto

un'esplorazione di quanto sia difficile distinguere la verità

dalla sua rappresentazione. Holmes dice a Fielder di non aver

mai mentito, un'affermazione che lo turba visibilmente. È

scioccante constatare che la donna consideri la propria versione

della realtà l'unica verità autentica, a prescindere dalle prove

dei fatti. E alla fine, si esce dalla sala con più dubbi che

certezze.

Per non rovinare una delle esperienze cinematografiche (e

intellettuali) più sorprendenti dell'anno, conviene non svelare

nulla di come il film è costruito e girato, dei suoi cambi di

prospettiva e colpi di scena, né di come prosegue il racconto

dopo l'incarcerazione della protagonista. Durante l'incontro a

Los Angeles, i due registi hanno parlato poco del contenuto del

lungometraggio e molto di come è nato. Oppenheim ha contattato

Fielder dopo aver scoperto che aveva gradito 'Some Kind of

Heaven', il suo primo documentario. Fielder è autore e

protagonista di 'Nathan for You' e 'The Rehearsal', due serie in

cui costruisce situazioni spesso surreali coinvolgendo persone

qualunque. "Ho pensato che dovessimo fare qualcosa insieme. Gli

ho proposto alcune idee, ma non gliene piaceva nessuna", ha riso

Oppenheim.

Poco dopo, durante uno spettacolo di magia a cui erano andati

insieme a Hollywood, un prestigiatore ha chiesto al pubblico di

suggerire un nome. Qualcuno ha gridato: "Elizabeth Holmes!".

Oppenheim ha immediatamente ripensato a una notizia appresa il

giorno prima: Holmes e Evans avevano contattato A24 per proporre

un documentario sulla donna. "Non compariva davanti a una

telecamera da moltissimi anni. Ho pensato che potesse esserci

qualcosa di interessante", ha detto il regista, al cinema anche

con 'Primetime'. Intrigati dalla storia, hanno ottenuto un

incontro. "Parlarci in persona è stata un'esperienza

disorientante: sembrava completamente sincera", ricorda Fielder.

"La nostra domanda iniziale era: possiamo documentare tutto

in modo da far provare al pubblico quello che sentivamo noi,

quella sensazione di sfuggevolezza e incomprensione?", ha

spiegato Oppenheim. Neppure loro riuscivano a mettersi d'accordo

su ciò che stavano vivendo. "Alla fine della giornata Lance e io

parlavamo di quello che era successo e avevamo interpretazioni

completamente opposte", ha raccontato Fielder. "Non succedeva

soltanto noi - ha aggiunto Oppenheim - Anche davanti a momenti

semplicissimi, banali, come sbattere le uova per una frittata,

ogni membro della troupe aveva un'opinione diversa".

Sorpresa, incredulità, impossibilità di formulare un

giudizio: quella di Fielder e Oppenheim è un'osservazione

rigorosa e attenta che risponde a una genuina curiosità umana,

al desiderio di capire, di far quadrare i conti. Chi è davvero

Elizabeth Holmes? Una donna che non sapeva, candida vittima di

partner controllanti, una dissociata che vive in una realtà

confezionata a proprio uso e consumo oppure la più abile

manipolatrice di tutti i tempi? L'ardua sentenza resta sospesa.

Forse, nemmeno i posteri sapranno trovare una risposta.

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