La battaglia contro la burocrazia è vinta. Servivano almeno 80 firme per candidarsi e, con una in più, Massimo Garavaglia è in corsa per guidare la Lega. Al fotofinish e tra parecchi ripensamenti e altrettante pressioni. Nel fine settimana il senatore sfiderà Matteo Salvini al congresso straordinario voluto dal leader a Milano, nella sua mossa del cavallo che ha spiazzato tutti un mese fa a Pontida.

Per Salvini ha firmato il 70% dei delegati lombardi (120 su 170), annuncia fiera una delegazione di deputati della regione. Per il rivale outsider si sono schierati il governatore lombardo Attilio Fontana e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, i più esposti nella crociata per il nord e per una leadership più allargata ripetto alla linea 'salviniana'. Né per l'uno né per l'altro avrebbe firmato Giancarlo Giorgetti, il ministro che di Garavaglia è amico storico. Fedele alla neutralità spesso tenuta. A maggior ragione ora, verrebbe da pensare, vista la situazione. Sulla carta, i circa 700 delegati chiamati al conclave riconfermeranno il 'Capitano'. Poche le chances di Garavaglia, se non fosse per il voto segreto che potrebbe tentare malpancisti e delusi. Parallelamente nordisti e governatori, che finora hanno chiesto un rinnovamento, non corrono da soli. Non tanto come candidati ma neppure con le mozioni. Così da Fontana al friulano Massimiliano Fedriga, passando per il trentino Maurizio Fugatti e l'ex "Doge" Luca Zaia, nessuno ha presentato una mozione comune. Ma, compatti e con altri 200 del nord, hanno aderito all'unica mozione centrata sulla questione settentrionale (definita "irrinunciabile") proposta da Riccardo Molinari, il capogruppo leghista alla Camera.

Il testo insiste anche sulla "piena attuazione" dell'autonomia e del federalismo fiscale e le Zes nelle aree produttive del Nord. Ma alcuni "nordisti" più scettici non nascondono, a bassa voce, che la scelta di firmare era quasi obbligata. Difficile non sostenere quelle bandiere storiche e forse ancor di più esporsi con un proprio cahiers de doléances. Non si esclude però che le istanze più federaliste - basate sulle 3 macroregioni della Lega - potrebbero confluire nel programma di Garavaglia. L'ex minsitro del governo Draghi e oggi senatore, ammette di essere "strasoddisfatto" per la raccolta firme e "un ottimo risultato avendo avuto poco tempo e senza strumenti". E va al sodo: "Per me la questione settentrionale è stata un po' surreale, la necessità è recuperare i consensi che non mi pare stiano andando bene". Poi da bocconiano e presidente della commissione Finanze, condensa in tre parole il cuore del suo programma: "Un sano pragmatismo liberale" puntando a "meno ideologie, più pragmatismo e, in economia, risposte molto serie di stampo liberale e una Lega dei territori".

Salvini che continua le sue giornate a Milano alle prese con autotrasportatori e sicurezza, ridimensiona: con Garavaglia "non è una sfida ma un confronto. Il congresso l'ho convocato apposta". Ma allo stesso tempo tradisce la volontà di chiudere un cerchio fatto di polemiche e rivendicazioni, con toni taglienti: "Dopo mesi di chiacchiere adesso capiremo chi vuole fare che cosa", ripetendo che le correnti nel partito "non sono mai esistite e mai esisteranno". Per il resto sul congresso pioveranno mozioni dei parlamentari: finora se ne contano 9. Oltre quella di Molinari, si va per temi (la sicurezza da Molteni, il lavoro per Nisini). Non manca il sud che chiede "un federalismo che non divide" e le evergreen su immigrazione e islam, compresa la più ardita pro remigrazione intesa come "priorità" per la Lega.

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