(di Luciano Fioramonti)
Perché un pittore particolarmente
dotato che aveva assimilato la lezione di Correggio, andando
oltre con uno stile personale molto ben definito, ha prodotto
pochissimo in venti anni di attività al punto che oggi di lui
sono conosciute soltanto dieci opere? E ancora, come mai pur non
essendo artista di affreschi ottenne l' incarico di completare i
lavori avviati nel Duomo di Parma da Correggio, interrotti nel
1534 per la morte del maestro, ma ebbe il tempo di mettere a
punto solo alcuni disegni preparatori per l' abside poiché
anch'egli morì nel 1538 ad appena 40 anni? Sono i primi e quasi
scontati interrogativi che riguardano la vita misteriosa di
Giorgio Gandini del Grano, attivo - nemmeno tanto, a giudicare
dagli esiti - nella cosiddetta 'Scuola di Parma', il gruppo di
pittori della cerchia correggesca. Personaggio dimenticato di
cui fino in tempi recenti non si sapeva quando fosse nato né la
data della morte, con una biografia ridotta ai minimi termini e
con l' unico ritratto del volto documentato da una incisione
conservata nella Biblioteca Palatina. A raccontarne il valore,
il ruolo e l' enigma è una mostra preziosa che gli dedica fino
al 17 gennaio la Pilotta di Parma. A gettarne le basi e a
curarla l' ex direttore Stefano L'Occaso, attuale direttore del
Palazzo Ducale di Mantova, insieme a Denis Ton, oggi alla guida
del Complesso Monumentale, con la collaborazione di Srefania
Girometti, che hanno riunito per la prima volta la quasi
totalità della produzione del 'Pictor Parmensis', nove opere su
dieci appunto, accanto a una selezione di lavori di grafica
provenienti anche da Louvre, New York e Vienna.
La scintilla dell' esposizione è legata alla tavola lignea
'La città di Parma presentata alla Vergine', acquistata dalla
Pilotta nel 2024 dal mercato antiquario. Oltre alla Pala di San
Michele, conservata nel museo, in esposizione anche la sola
altra pala d'altare realizzata dall'autore, oggi a Palazzo Pitti
di Firenze, mentre il resto della produzione consiste in opere
di piccolo formato, disperse tra istituzioni pubbliche e
collezioni private: tre sono custodite nella Galleria Nazionale
di Parma, una alla Pinacoteca dell'Accademia di Belle Arti di
Torino, altre due si trovano in collezioni private inglesi e una
al Sinebrychoff Art Museum di Helsinki. ''Giorgio Gandini Del
Grano può essere considerato un grande piccolo maestro del
Rinascimento emiliano - dice all' ANSA Denis Ton -. Questa
mostra gli rende giustizia perché per la scarsità delle opere e
della documentazione è stato ingiustamente oscurato rispetto ai
nomi più celebrati della cerchia correggesca. L' imprinting
deriva dal maestro ma Gandini Del Grano ha un grado di autonomia
superiore nell' elaborare soluzioni che anticipano di un secolo,
in lui c'è già tutto il Seicento, il Barocco e il Naturalismo di
Carracci. Segue una strada personale, con una sensibilità, una
tecnica pittorica e una costruzione della composizione
completamente diverse''. Le sue figure hanno ''accelerazioni
improvvise, pose instabili, sono circondate da senso di
inquietudine e di tensione più moderno, in un passo successivo
rispetto a Correggio, che è l'età del Manierismo, guardando a
Giulio Romano e sicuramente a Parmigianino''. Quanto alla
questione degli affreschi, ''la risposta più ovvia, ma non è
detto che sia quella giusta, è che Gandini fosse nella squadra
di lavoro di Correggio nei lavori del Duomo, non registrato nei
documenti perchè a firmarli era il capobottega. E' pensabile che
operasse sotto il suo diretto controllo e che avesse assunto
anche ruoli di responsabilità tali da far considerare naturale
alla committenza attribuirgli l' incarico una volta venuto meno
Correggio''.
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