(dell'inviata Mauretta Capuano)
La grande amicizia di Daniel
Pennac con Stefano Benni è stata "una specie di infanzia
insieme". Lo dice l'autore della saga dei Malaussene ricordando
lo scrittore con cui ha condiviso tante avventure e al quale è
dedicato, a un anno esatto dalla morte avvenuta il 9 settembre
2015, lo spettacolo 'Un lupo in paradiso. Benvenuti a
Stranalandia', con cui si inaugura stasera il Festivaletteratura
di Mantova.
"Stefano veniva definito il Lupo, ma a casa la storia era
completamente diversa, c'era un grandissimo ritratto che
rappresentava un cervo del nord del Canada che era anche un po'
simile a me. Le corna assumevano l'aspetto di una sorta di
capigliatura, sembravano un po' folli, erano il simbolo della
follia che sta in noi, che tutti abbiamo. Quindi Benni era un
lupo all'esterno, ma interiormente era un'altra la
rappresentazione. Anche lui giocava un po' con queste parole: io
mi faccio chiamare lupo, ma in realtà sono un cervo e il cervo
in realtà è la vittima del lupo. Ecco, sono ricordi come questo
che mi sono rimasti" racconta all'ANSA Pennac a poche ore dal
suo arrivo a Mantova dove è stato protagonista con Benni dieci
anni fa, nel 2016. "Un'altra cosa che Benni faceva era mettere
un ragno nel bagno e quando le persone entravano lo trovavano e
iniziavano ad urlare. Stefano era così. Una volta è venuto in
montagna da me e ad un certo punto mi fa: 'Daniele che cosa ci
mangiamo oggi?' Io ho detto 'Beh, facciamo un'omelette insieme'.
Allora prendiamo le uova. 'Quante ne utilizziamo?' 'Beh, siamo
in quattro facciamo sei uova' e Stefano inizia a lanciarle. Mi
lancia la prima, poi la seconda, prendo la terza che va sulla
seconda e così via, una confusione immensa. La questione è che
questo avveniva a 65 anni, non a sei anni. Davvero è come se
fosse stata una specie di infanzia che abbiamo vissuto insieme"
dice Pennac.
Più che un ricordo è "lo spirito di un'amicizia" quello che
restituisce Pennac. "Si può chiedere cosa mi ricordo di una
persona che magari ho conosciuto una settimana fa, ma è
difficile dirlo per una persona che conoscevo da 40 anni. La
nostra amicizia inizialmente si è basata sulla condivisione del
linguaggio, lui che parlava la sua lingua, io che parlavo
un'altra lingua e giocavamo con le parole. Poi ho un altro
ricordo. Un ricordo in cui Stefano era da me in montagna, sulle
Alpi, ed era molto spaventato dall'immensità degli alberi. Ho
una foto di lui davanti ad un precipizio gigante, immenso, che
fa quasi paura, perché è profondo, è grande e si può vedere
anche come simbolo della solitudine umana e del destino
dell'uomo. Stefano è proprio di fronte a questo precipizio e gli
fa il gesto dell'ombrello, un po' per mandare a quel paese il
destino".
L'atteso reading teatrale 'Un lupo in paradiso. Benvenuti a
Stranalandia', prodotto da Elastica (in collaborazione con
CompagnieMia), pensato appositamente per il Festival, è tratto
dal libro Stranalandia (Feltrinelli), con parole di Benni e
disegni di Pirro Cuniberti, la regia di Clara Bauer e Ximo
Solano, le musiche di Alice Loup, da un'idea di Francesca
Parisini e Brunella Torresin. "È una lettura con degli attori
che saranno sul palco (Gigio Alberti, Pako Ioffredo e Ingrid
Sanson ndr). Io sarò il narratore discreto. Non ho scelto io i
testi. La cosa che mi interessa è che Stranalanadia è davvero un
testo caricaturale. Non si fa dello humour superficiale, ma un
po' alla Rabelais".
A novembre 2026 esce per Feltrinelli 'Mallet o il romanzo
degli sguardi', un viaggio nel mondo dell'arte e della creazione
artistica con fotografie a colori. Come è nato questo libro? "Ho
seguito nei musei un fotografo - spiega Pennac - che ha fatto
migliaia di foto relative ad uno studio che indaga il rapporto
tra una persona che guarda la tela e il dipinto stesso. Questo
rapporto crea appunto una relazione di centesimi di secondo tra
la persona che guarda il quadro, l'istante in cui si ammira
l'opera e ciò che viene raffigurato all'interno del quadro che
può essere un dipinto del XVI secolo o qualcosa di astratto del
XX secolo. Sono rimasto davvero molto colpito e affascinato dal
lavoro di questo fotografo, perché è lo stesso lavoro che io ho
fatto quando ho iniziato la mia carriera come professore. Ho
portato i ragazzi e bambini che erano difficili, sotto
sorveglianza, alla scrittura attraverso il dipinto, attraverso
delle storie di quadri. Questo libro si legge come un romanzo
che racconta una storia".
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