(di Francesco Gallo)
Che viviamo su una bomba pronta ad
esplodere ce lo doveva dire un film strampalato come 'Digger',
incrocio tra commedia, dramma, follia e teatro diretto da
Alejandro González Iñárritu e con protagonista un inedito Tom
Cruise con tanto di pancia e quasi calvo. Ma che questo film, al
cinema dal 1 ottobre con la Warner, facesse poi davvero tanta
paura lo si scopre solo dopo, a fine proiezione e una volta
usciti dalla sala, perché Digger e realtà sono troppo simili,
quasi nessuna differenza.
Nel film Tom Cruise è Digger Rockwell, miliardario del
petrolio ricco e potente. Un personaggio eccessivo, grottesco,
pieno di sé e anche un'anima filosofica e demoniaca. Tutto
inizia quando una delle sue piattaforme petrolifere in
Groenlandia mostra un'inquietante crepa capace di provocare
un'imminente catastrofe ecologica di proporzioni planetarie:
ovvero il distacco di un iceberg grande otto volte Boston che
potrebbe colpire l'Europa. Cosa che poi puntualmente accade.
Così, su richiesta del presidente degli Stati Uniti (John
Goodman), a Digger toccherà sostenere le sue ragioni in un
summit d'emergenza pieno di esponenti Maga, con tanto di
vicepresidente (Michael Stuhlbarg), industriali, militari e
scienziati di tutto il mondo tra cui Ganesh (Riz Ahmed), fidato
assistente del presidente. E il petroliere, 'l'uomo più potente
del mondo', si misura così con l'impossibile: dimostrare a
questa autorevole assemblea che lui resta il salvatore
dell'umanità nonostante sia la causa della sua distruzione.
Chi è Digger? "Non devi essere ricco per esercitare il potere
o fare il bullo: c'è un gioco di potere in corso ed è ovunque, a
ogni livello dell'umanità. Nessuno ne è immune", dice Tom Cruise
del suo personaggio. E ancora l'attore: "Ciò che ha fatto
Alejandro è stato puntare un riflettore sulle scelte
fondamentali dell'umanità, rendendole incredibilmente
umoristiche e profonde".
Sottolinea Iñárritu: "Per me è un film sulla natura umana e
sugli impulsi emotivi che sono più forti di quelli razionali. È
sì un disaster movie, ma dove il disastro siamo noi. Per questo
- continua - doveva essere una commedia assurda, urgente e che
parla dell'oggi. Digger sta combattendo la stessa guerra che
combattiamo tutti: quella tra la storia che ci raccontiamo e la
realtà che continua a interromperla. Una realtà che, ogni giorno
in questi ultimi nove anni, ha superato la finzione lasciandoci
indietro, costringendoci ad adeguarci, facendoci sentire come se
il terreno sotto i nostri piedi — proprio come il permafrost —
stesse per crollare. Abbiamo imparato che la realtà ci dà gli
eventi, ma è l'immaginazione che ci permette di riconoscerci in
essi. Questo film è nato da qualche parte tra le due cose".
Qual è il messaggio che vuole che il pubblico colga dal
discorso di Digger? "Il mondo è diventato binario: destra o
sinistra, buono o cattivo, zero o uno. I politici lo sfruttano;
gli algoritmi lo perfezionano. La realtà, seccamente, rimane
ambigua. Il discorso di Digger è scomodo perché non offre una
posizione netta su cui schierarsi. Ha allo stesso tempo torto e
ragione, e ci siamo dentro tutti. L'umorismo - conclude il
regista e produttore messicano vincitore di cinque premi Oscar -
è una cosa seria! La commedia ci permette di metterci nei panni
degli altri, anche quando non ci piace dove stanno andando.
Spero che il film ci lasci a riflettere, a discutere e a ridere
insieme, il che potrebbe essere l'unica discussione che valga la
pena di fare oggi".
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