Fuori dalla cerchia dei Navigli, a Milano c'è un mosaico scomposto di quartieri, popolato da chi va avanti ma resta solo ad osservare. Il messaggio di chi li abita è diretto: "Tutti noi vediamo il centro come la vita, mentre noi invece siamo all'esterno, perché lì dall'altra parte non vivono i tuoi sbatti", dice Manuel, appena maggiorenne, che abita alla Barona, e al mattino gira al Barrio, la stessa zona di Marracash, il cantante e produttore che in questi ore ha preso posizione sui disordini in piazza dicendo: "con le buone non cambi le cose".

Tra le centinaia di ragazzi fermati e portati in questura per i saccheggi e le devastazioni, quasi tutti vengono dalla periferia o dall'hinterland milanese. E tutti qui approvano il messaggio del rapper: "ha fatto bene - dicono - fa piacere finalmente che delle persone con notorietà e con una fanbase portino questo messaggio". Cappellino, tuta sportiva, scarpe alla moda, poco 'cash' e una rassegnazione che cova sogni nascosti nei reel del cellulare: con quelli almeno - tra i palazzoni rossi anni '70 - si può tradire l'eterno ritorno di quella routine che non appaga nessuno.

"Ricorda una cosa - dice Marco - siamo in un posto dove i ragazzi campano alla giornata, così come alcune famiglie. Niente di più". Poi la sua equazione sul denaro: "Il motivo di tutto sono sempre i soldi, senza quelli non puoi fare niente. Per chi cresce qua, il problema è tutto lì. Se ai cortei c'erano tanti ragazzi arrabbiati e annoiati, il motivo è sempre questo". E le violenze? "Forse i modi sono sbagliati, ma qui non c'è niente, neppure speranze. Servirebbe creare un interesse". Stessi discorsi e stesse scene nelle zone grigie di San Siro, dove in un centinaio di metri si passa improvvisamente dai chilometri di edifici fatiscenti ai complessi moderni e le torri panoramiche.

Due luoghi apparentemente senza barriere ma che non comunicano.

Per Mauro Magatti, sociologo e docente dell'università Cattolica, che analizza il disagio generazionale alla base delle proteste giovanili, "i soldi sono visti da molti di quei ragazzi come il grande guaritore - spiega - . Ed è inevitabile che la spinta verso le forme di proteste violente arrivi dai quartieri.

Non c'è un'idea politica né la voglia di cambiare il mondo, ma di poter accedere a quel tipo di vita che viene raccontata e da cui loro si sentono buttati fuori". E il denaro resta il miraggio. "È come una magìa: se ce l'ho riesco ad ottenere quei vantaggi, che altrimenti sparirebbero". Poi l'esperto riflette: "prima c'era l'associazionismo, ora il grande e falso mediatore sono i social ed è normale che lì si individuino dei modelli e degli pseudo leader. Ma la caratteristica delle star dei social è sempre la stessa: c'è chi appare, fa un post, e poi continua a farsi gli affari suoi". Dall'altra parte c'è chi scrolla e sotto quei cappellini resta seduto a guardare per ore sulla panchina, tenendo a bada la rabbia che monta. Dicono i ragazzi al Barrio: "Chi vive qui da noi è all'esterno della società reale". Ma forse è il contrario.

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