Con in mano cartelli con scritto

"Oggi siamo qui per fare comunione", "I sacramenti uniscono",

oltre una trentina di commercianti, tra fiorai, fotografi,

proprietari di negozi di bomboniere, si sono radunati questa

mattina per un sit-in davanti al palazzo arcivescovile in via

Matteo Bonello a Palermo. Il loro obiettivo è manifestare un

disagio dovuto al calo del fatturato registrato dopo che due

anni fa la Curia decise di modificare il percorso per

raggiungere la prima comunione e la cresima, stabilendo che non

sarebbe più durato 2 anni ma cinque.

"Noi non siamo i sacrileghi che pensano solo al mancato

guadagno - spiega Giovanni Felice, presidente di Confimprese

Palermo - in città vi erano 3.500 comunioni l'anno. In seguito

alla decisione della Curia, avevamo stimato circa venti milioni

di perdita l'anno ma, purtroppo, in questi giorni ci siamo resi

conto che la cifra è ben più alta, si parla di 30 milioni. Ad

oggi il fatturato è zero, in città già dal 2026 non si celebrano

comunioni e probabilmente la situazione si prospetta tale anche

per i prossimi quattro anni. Noi chiediamo solo di intensificare

i corsi: in alcune chiese si fa una sola lezione alla settimana,

in altre una ogni quindici giorni. Quindi, nel primo caso, si

tratta di una quarantina di lezioni l'anno e nel secondo caso di

venti. Invece che organizzare i corsi una volta alla settimana

li si potrebbero intensificare, facendoli due volte, in modo

tale da accorciare i cinque anni".

Commercianti e associazioni di categoria chiedono un incontro

con l'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. "Non riusciamo a

capire perché la parola fede non possa andare di pari passo con

la parola lavoro - dice Manuela Gandolfo, titolare di uno

storico negozio di bomboniere - Noi facevamo circa 300 comunioni

l'anno. Molti di noi hanno subito una perdita economica che

oscilla tra il 30 ed il 50%. Io sono una persona molto

religiosa, ma non credo che questa situazione avvicini di più

giovani alla fede. Siamo stati chiamati 'vergognosi mercanti del

tempio' o 'sepolcri imbiancati' ma non è così, noi siamo

semplicemente persone che ogni giorno vanno a lavorare per

portare il pane a casa".

"Abbiamo registrato quest'anno un calo del 30% di fatturato,

chiediamo solo un tavolo di confronto per esprimere il nostro

disagio - dice Raffaele Marchese, fotografo - noi non siamo

contro la Chiesa. Noi siamo con la Chiesa, ma vogliamo trovare

una soluzione comune per potere fare andare avanti le nostre

famiglie".

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