Un manifesto per contrastare il “messaggio feroce” a “bambini e bambine con background migratorio” mandato dal governo con il decreto legge sulla scuola. A firmarlo gli assessori alla scuola di Bologna, Roma, Milano e Bergamo con l’invito ad aderire a tutte le amministrazioni . “La scuola, i bambini, le comunità non possono essere maltrattate a colpi di propaganda. In nessun caso le scuole possono essere un luogo che esclude o che rifiuta” esordisce il documento intitolato "La nostra scuola ha le porte aperte e non ha il tetto”.
L’occasione è stato il Convegno nazionale su Scuole Aperte, che ha messo a confronto, nel capoluogo emiliano, le diverse esperienze di proposte all’interno degli edifici scolastici fuori dall’orario di lezione, comprese le due settimane in anticipo della Regione Emilia Romagna rispetto al calendario scolastico.
“Le scuole tessono le relazioni, le culture e le appartenenze – prosegue il manifesto – non strappano, non espellono” ma soprattutto “si battono per colmare i divari, contrastare le diseguaglianze, costruire possibilità soprattutto per coloro che sembrano predestinati con background difficili”.
La scuola “della Costituzione, la prima incaricata dall’articolo 3, è tenuta a “rimuovere ostacoli”, sottolineano gli assessori Daniele Ara per il comune di Bologna, Claudia Pratelli per Roma Capitale, Anna Scavuzzo per Milano e Marzia Marchesi per Bergamo.
Fanno poi notare che il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri “di cui non è ancora pubblico il testo definitivo, sembra recare previsioni inaccettabili e inapplicabili” e che il tetto del 30% è rivolto a bambini considerati stranieri “solo perché una legge retriva non riconosce cittadini che nascono in Italia o chi non ha sufficienti competenze linguistiche”. Chiedono anche come tutto questo si concili con “il diritto costituzionale di andare a scuola”, ricordando che l’inclusione “è una sfida seria e non si produce a colpi di propaganda”. Per questo gli assessori chiedono “strumenti e alleanze per perseguire questi obiettivi fondamentali e difficilissimi: mediatori linguistici e culturali, personale motivato e retribuito in modo adeguato, classi meno numerose, innovazione didattica”.
Consapevoli di “quanto il contesto di provenienza influenzi il percorso scolastico dei bambini e delle bambine, riteniamo tuttavia che la scuola debba essere un luogo che aiuta le famiglie, non le colpevolizza, né le sanziona”. Ricordando pure “quanto il basso livello culturale o socioeconomico di italianissimi genitori condizioni i risultati scolastici dei figli” ma che questo “non ha mai condotto, per fortuna, ad obbligare tali genitori ad ampliare il loro vocabolario, o a interrogarli sul teorema di Pitagora”. Concludono, ribadendo, come i comuni si trovino ad affrontare queste sfide “con pochi strumenti e molto impegno”. E un invito: “Basta slogan e pensiamo al futuro”.

