"I nuovi italiani sono una risorsa,
se non ci fossero loro molte scuole chiuderebbero". Non ha dubbi
Giliola Benatti, da 25 anni docente di Lettere e attualmente
anche vicepreside dell'Istituto comprensivo Dosolo Pomponesco
Viadana in provincia di Mantova, che accoglie circa 600 studenti
tra scuola dell'infanzia, elementare e media. E dove un ex
allievo, oggi studente universitario, impartisce lezioni di
italiano agli studenti che hanno bisogno del potenziamento
linguistico.
"Quest'anno ho due terze medie - racconta la docente - in
una ho 12 ragazzi su 19 nati da genitori non italiani,
nell'altra 10 su 20. Qualcuno di loro è nato in Italia altri no
ma parlano tutti bene l'Italiano tranne un neo arrivato, sono
italiani a tutti gli effetti". La professoressa spiega che la
scuola raccoglie moltissimi stranieri, dalla Cina all'Albania,
dalla Romania al Kossovo, e poi ci sono ragazzi dal Marocco,
dall'India dal Pakistan. E dice che in tanti anni di
insegnamento non le è mai capitato di avere una studentessa che
indossa il burqa, il velo sì ma solo quello "e non ho mai visto
con il burqa nemmeno la mamma di una studentessa o di uno
studente". Quanto ai colloqui con i genitori, quando questi non
sanno l'italiano, interviene il mediatore culturale. E poi ci
sono gli insegnanti per il potenziamento dell'Italiano. Tra
questi c'è anche l' ex studente dell'istituto, di origine
indiana, che oggi frequenta l'università.
"Noi usufruiamo - spiega Benatti- dei fondi per le aree a
forte processo migratorio sia per l'alfabetizzazione che per i
mediatori culturali. Abbiamo usato tutti i fondi, anche quelli
Pnrr, che avevamo a disposizione e devo dire che c'è stata una
buona partecipazione".
L'istituto conta un 30% di componente di giovanissimi nuovi
italiani, racconta ancora la professoressa, la quale spiega che
quando sono venute fuori le notizie sul nuovo decreto del
governo ha chiesto in una sua classe ai ragazzi chi non avesse
la cittadinanza italiana, scoprendo che non la hanno solo 2 dei
suoi allievi, di cui uno è albanese ed è uno degli studenti più
bravi. Per la docente, quello che il decreto avrebbe dovuto
contenere è piuttosto il rendere obbligatoria la frequenza dell'
ultimo anno della scuola dell'infanzia fino alle ore 16: oggi,
spiega, "molti bambini figli di immigrati escono alle ore 11,30
perchè così i genitori non pagano la mensa e arrivano in prima
elementare talvolta senza saper parlare bene l'italiano". Per il
resto "c'è un bel clima e facciamo molte attività dopo le ore di
lezione, dal teatro, alla musica, allo sport: così si realizza
veramente l'integrazione".
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