(di Laura Valentini)
In un sito archeologico come le Terme
di Caracalla, che testimoniano l'amore di Roma per la cura del
corpo e la fisicità, arrivano le foto di Frank Horvat maestro
della fotografia classe 1928, scomparso nel 2020, qui
rappresentato con 72 immagini divise in tre diversi momenti
significativi del suo lavoro in cui spiccano in modi diversi la
costante ricerca personale di bellezza, e intensità. Dall'11
settembre e fino al 10 gennaio la mostra 'Frank Horvat',
promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma diretta da
Daniela Porro, e con l'organizzazione di Electa, offrirà al
pubblico negli spazi delle Terme l'ideale di bellezza femminile
del fotografo ma non solo; nel corso di una carriera lunga più
di settant'anni, Horvat ha affrontato tanti temi, a cominciare
dalla moda, che l'avrebbe reso celebre ma che la figlia
Fiammetta testimonia che "non amava", ma anche il reportage
sociale e il viaggio, il paesaggio, i ritratti, il rapporto con
l'arte, in uno sguardo che cercava sempre l'intimità del
modello. Le immagini di questo artista cosmopolita, nato ad
Abbazia oggi in Croazia e vissuto a Milano ma anche a Parigi e
Londra "rappresentano un omaggio a un intellettuale che ha
attraversato l'universo della fotografia: dalla moda, al
reportage, alla ricerca artistica, alla scoperta del trattamento
delle immagini con l'informatica, all'esplorazione di paesi
lontani oppure vicini" spiega Daniela Porro, Soprintendente
Speciale di Roma.
La mostra, curata da Fiammetta Horvat e Mathilde Oudin
(Studio Frank Horvat) e Nunzio Giustozzi, propone un percorso
inedito e variegato fra i ritratti dedicati all'universo
femminile. Ecco così 'Vere sembianze', una ricerca attraverso le
epoche e a confronto con i grandi artisti del passato; poi
'Ritratti di donne reali' in cui Horvat scardina i codici della
fotografia di moda, liberando le modelle, con le quali
instaurava un rapporto di amicizia e complicità, dalle loro pose
canoniche, cogliendole per strada o in metro con una Leica. "Mio
padre ha cominciato a fare foto di moda nel '48 e ha proseguito
fino agli anni Ottanta; da lì in poi ha lavorato ai suoi
progetti perché non gli piaceva fare la moda, era solo una
questione di soldi" spiega Fiammetta Horvat. Eppure è stato
ritenuto un grande fotografo di moda: "questo succedeva perché
amava le persone e quindi ha inventato uno stile che prevedeva
di non lavorare in studio con le luci artificiali ma fuori con
la luce naturale".
Infine quasi un'eco alle vestigia monumentali delle Terme è
la sezione dedicata al ciclo 'Goethe in Sicilia', in cui il
fotografo, nei primi anni Ottanta, si è misurato con le pagine
del 'Viaggio in Italia' dello scrittore tedesco, scoprendosi in
sintonia con la sua visione romantica. Affascinato dalla cultura
greca dei templi, da quella rococò come dalle tradizioni
popolari, Horvat si concentra sugli edifici e i paesaggi
dell'isola, fotografando una storia senza tempo in un asciutto
bianco e nero capace di cogliere l'essenza dei luoghi. Tre
sguardi sull'universo femminile e sul mondo classico che in
realtà non sono così diversi fra loro: "in tutto il suo lavoro -
spiega Fiammetta Horvat - il suo sguardo è molto personale e
molto umano, lui che aveva una madre psicologa cercava sempre la
verità nelle persone, il loro lato intimo che sia la moda o la
foto della moglie o un progetto più storico come quello che l'ha
visto ripercorrere il viaggio di Goethe.. cercava sempre
l'essenza e quello che c'era di vulnerabile della persona".
Solo nella parte siciliana del Grand Tour di Goethe che il
fotografo ripercorre "non ci sono persone umane", ricorda la
figlia. Quello fu "un progetto molto bello, molto letterario,
fuori del tempo, glielo propose Sellerio con cui erano amici".
Tra le migliaia di foto della sua lunghissima carriera come
avete scelto quelle della mostra? "Abbiamo completamente
mescolato tutto seguendo il filo rosso della complicità perché
lui cerca proprio quello, c'è uno sguardo tra lui e modelle , si
trova in tutte le foto che sono state scelte. Nella realtà era
lo stesso, cercava un rapporto vero con le persone". Suo padre
visse in molti paesi diversi, qual era il suo bagaglio? "Lui si
sentiva un bimbo della guerra; pensiamo che già a dieci anni
fuggì dall'Italia divenuta Croazia e dopo la guerra sentiva di
non avere nazionalità anche se si riconosceva nella cultura
europea. Parlava molte lingue e per lui il viaggio era un modo
di pensare e di essere".
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