(dell'inviata Francesca Pierleoni)
"Credo che sia finalmente
diventato chiaro che gli uomini fanno film migliori delle
donne". Risponde all'inizio con una battuta che fa ridere la
sala, Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria del Concorso
internazionale alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia,
a chi le chiede in conferenza stampa al Lido cosa pensi della
scarsa presenza di cineaste in gara per il Leone d'Oro (sono
solo due, l'anno scorso erano sei, ndr).
"Risponderò seriamente, c'è un problema sistemico - aggiunge
Gyllenhaal nell'incontro con la stampa insieme al direttore
Alberto Barbera e ai presidenti delle altre giurie di quest'anno
-. Penso sia molto più difficile per le donne rispetto agli
uomini ottenere finanziamenti per i loro film. Inoltre è
possibile che i temi che le donne affrontano, avendo avuto
un'esperienza di vita diversa, non siano sempre considerati arte
di alto livello. Ma chi decide cosa è buono? Chi decide cosa ha
valore? Devo anche dire, seduta accanto a una delle persone che
prendono queste decisioni, che in questo panel ci sono
moltissime donne e che nella mia giuria ci sono anche
incredibili registe. Comunque è una domanda che mi pongo
anch'io, ed è una domanda legittima". A chi chiede a Barbera se
pensa sia vero che le cineaste vengano penalizzate per i temi
che trattano, il direttore precisa che "nel lunghissimo processo
di selezione non c'è nessun pregiudizio su forma o contenuto,
l'unico criterio è la qualità del film".
Per Gyllenhaal, tuttavia, "c'è molta confusione su ciò che
viene valorizzato. Credo che sia passato ancora poco tempo da
quando le donne hanno avuto l'opportunità di girare film, e ci
vorrà del tempo per abituarsi al fatto che molte di loro li
fanno in modo molto diverso dagli uomini".
Tra le domande per la presidente di giuria di Venezia 83 c'è
anche quella su un festival che si svolge nel pieno di un
periodo di conflitti. "Ne parlerò più approfonditamente stasera
(nella serata d'apertura, ndr), ma potremmo chiederci: 'com'è
possibile che stiamo parlando di cinema proprio ora, quando il
mondo è in uno stato di emergenza?' Per me, la risposta ha a che
fare con l'empatia. Credo che il cinema offra l'opportunità di
trovare l'empatia dentro di noi. Personalmente, non credo che
esista un argomento, per qualsiasi regista, che non meriti di
essere raccontato. Credo che possiamo metterci alla prova
ascoltando storie sulle persone più corrotte e perverse, perché
questo ci offre l'opportunità di provare empatia per loro e
persino di riflettere su come potremmo avere un lato oscuro, una
perversione, una corruzione dentro di noi, e cercare di
combatterlo, per quanto ci sia possibile".
Gyllenhaal pensa che "se i film offrono davvero uno sguardo
onesto sull'esperienza altrui, allora sono fondamentalmente e
inevitabilmente politici, oltre a molte altre cose".
Quanto alla sua carriera, "credo che in realtà,
probabilmente, sono sempre stata una regista, ma non vedevo
nessuna donna intorno a me che lo facesse. Ce n'erano,
ovviamente, ma semplicemente non ero abbastanza 'cool' da
conoscere Agnès Varda quand'ero una 16enne che viveva in
California", osserva la cineasta, che ha firmato dietro la
macchina da presa La Figlia Oscura, con un debutto nel 2021
proprio a Venezia, e quest'anno Sposa!. "Le persone che ammiravo
erano attrici che avevano un punto di vista, che avevano un
impatto artistico sul film che stavano girando, che erano
co-narratrici con i loro registi e ce n'erano varie, come Gena
Rowlands con suo marito Cassavetes. Penso a Ingrid Bergman, a
Ellen Burstyn, che è la protagonista del cortometraggio che ho
girato (al debutto al Lido nei prossimi giorni, ndr). In realtà
però poi ho percepito che il lavoro di attrice non era quello
giusto per me". Anche girando un film molto amato come
Secretary, "sentivo di andare verso un confine, che non sapevo
quanto mi avrebbe concesso di esprimere".
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