(di Francesco Gallo)
"Viviamo in bolle separate, non
comunichiamo gli uni con gli altri e tutti continuiamo a credere
di avere ragione, di essere depositari della verità. Così non si
va da nessuna parte. Bisogna trovare le proprie risposte per
cercare di capire come si possa essere più inclusivi rispetto ai
punti di vista degli altri". Così oggi alla Festa di Roma
Cristian Mungiu nel presentare il suo Fjord, Palma d'oro
quest'anno a Cannes e scelto dalla Romania come candidato per il
miglior film internazionale agli Oscar.
Protagonista di Fjord, in sala dal 19 novembre con Bim, la
famiglia dei Gheorghiu, una devota coppia cattolica
romeno-norvegese, composta da Sebastian Stan nel ruolo di Mihai
Gheorghiu e Renate Reinsve in quello di Lisbet, con cinque
figli, compreso un neonato. Una famiglia del tutto ben integrata
nel piccolo villaggio sul fiordo, che ha molto legato con i
vicini, gli Halberg. Ma quando l'adolescente Elia Gheorghiu si
presenta a scuola con alcuni lividi sul corpo, la comunità
scolastica inizia a chiedersi se l'educazione tradizionale che i
figli dei Gheorghiu ricevono dai genitori possa avere qualcosa a
che fare con ciò.
Tutto inizia dalla scuola, poi arriva la protezione
dell'infanzia fino a un lungo processo dove vanno in collisione
due idee di educazione e di libertà familiare: da una parte una
famiglia religiosa e tradizionale, dall'altra uno stato sociale
nordico molto laico e tollerante. Ma le scene davvero forti di
questo film sono quelle del distacco dai figli, della violenza
spaventosa di una madre, in questo caso la bravissima Reinsve,
nel veder salire su un van nero tutti e cinque i suoi bambini
affidati a famiglie temporanee. Una storia che a molti ha fatto
pensare a quella della 'famiglia del bosco'.
"Quando faccio un film - dice ancora il regista a Roma -
voglio che le persone utilizzino il proprio spirito critico nel
giudicare i fatti. Quello che cerco di fare è costruire così un
lavoro in cui ci sono tutte le informazioni, gli accenni, i
riferimenti per poter giudicare, capire tutto il possibile e
immaginare la situazione. Ovviamente se c'è stata violenza non
si discute, si salvano i bambini, ma ci sono molti casi in cui
questo non è chiaro. Il fatto importante è che molte di queste
famiglie, quando arrivano in Norvegia, non ne condividono gli
stessi valori, perché vengono da Paesi in via di sviluppo e
hanno così un modo di pensare lontano da quello dell'Occidente.
Se vieni da un Paese molto povero - sottolinea ancora Mungiu -
dove lotti per la sopravvivenza, non avrai certo la stessa
empatia. Non tutti hanno beneficiato di cento anni di benessere
e istruzione".
Cosa si può fare allora? "L'obiettivo è mantenere una
posizione neutrale, priva di giudizi, per far riflettere il
pubblico sull'importanza di ascoltare le argomentazioni degli
altri, anziché credere di essere gli unici depositari della
verità. Questa, secondo me - risponde - è l'unica strada da
percorrere, una strada comunque molto lunga".
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