(di Francesco Gallo)

Arriva oggi in concorso all'83/a

edizione della Mostra del Cinema di Venezia l'unico film tra i

21 in corsa per il Leone d'oro diretto da una donna, ovvero la

regista danese di origine egiziana May el-Toukhy che porta al

Lido 'Woman Unknown'. Si tratta della storia drammatica di una

cameriera e giovane governante, Marie (una straordinaria

Mathilde Arcel), che sta per sposare il ricco e anziano vedovo

per cui lavora, Christian.

Siamo nella Danimarca del dopoguerra. La donna, però,

custodisce un segreto: durante la seconda guerra mondiale ha

avuto una relazione con un soldato tedesco e il suo passato

minaccia di tornare a chiederle il conto. È così costretta a

fare tutto ciò che è in suo potere per preservare il suo nuovo

status di padrona di casa nel caos del dopoguerra. Il film sarà

distribuito in Italia da Lucky Red.

"Tutto è nato - dice la regista oggi al Lido - da una foto

riproposta da un giornale danese con una donna seduta su una

panchina con i vestiti strappati. C'era un che di pornografico

in quella foto e aveva poi una svastica dipinta sulla schiena.

Così abbiamo iniziato a fare delle ricerche e scoperto che

queste foto erano un monito rivolto alle donne a usare bene il

proprio corpo. Ho sentito così subito l'opportunità di

raccontare questa storia".

Le ricerche su questo tema hanno coinvolto anche l'attrice

protagonista Arcel: "Ho avuto molto tempo per fare ricerche

sulle storie di queste donne, alcune ancora viventi, e spesso

ancora perseguitate. Una cosa davvero molto importante per me

questo studio perché mi ha dato l'opportunità di fare un buon

lavoro per il mio personaggio. Quando si conosce bene il

materiale con cui si lavorerà ci si può permettere anche di

improvvisare e capire meglio che cosa succede davvero tra i vari

personaggi".

"Il cuore del film? È il corpo della donna in quanto campo

di battaglia come parte del territorio nazionale" spiega ancora

May el-Toukhy.

Come mai è l'unica cineasta donna in concorso a Venezia?

"Penso si tratti di un problema strutturale che io, tra l'altro,

ho incontrato in tutta la mia carriera. Spesso ho avuto

difficoltà a realizzare i miei film. Dopo aver concluso gli

studi ci sono voluti 6-7 anni per realizzare il mio primo lavoro

e questo non è successo invece ai miei compagni uomini. E poi

che dire del budget? Noi, in quanto registe, abbiamo a

disposizione un budget diverso, molto più basso, una cosa che

colpisce anche gli attori che vogliono lavorare con noi. Questo

ovviamente vale anche per la narrazione che si crea intorno al

cosiddetto 'genio maschile': io non ho mai letto un articolo in

cui si parli invece di una donna regista considerata un genio.

Sarei davvero felicissima se i registi uomini in concorso e i

delegati presenti si ponessero la stessa domanda, perché 'siamo

tutti il problema, ma siamo anche tutti parte della soluzione'.

Il mio film parla in fondo dell'invisibilità delle donne, parla

proprio dell'essere trattate come oggetti, del non avere voce".

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