"Per il film ci sono stati davvero

centinaia di commenti. E, sapete, abbiamo anche ricevuto

minacce. D'altra parte, da molte persone ci sono stati anche

commenti di tipo diverso che per me sono stati incoraggianti.

Israeliani che considerano importante vedere questo film. E per

noi è sicuramente importante mostrarlo agli israeliani, in modo

più ampio possibile. Spero che ci riusciremo". Lo dice in

conferenza stampa Yuval Abraham, coregista con Rachel Szor del

documentario Naza, vincitore del Premio speciale della giuria

alla 83/a Mostra del cinema di Venezia.

"Penso che il film debba raggiungere il grande pubblico -

aggiunge -. È importante, come israeliani, che riconosciamo ciò

che il nostro governo ha fatto a Gaza". Per quanto riguarda le

critiche,"il nostro reportage nel film è rigoroso - sottolinea

-. È stato realizzato in collaborazione con The Guardian. Molti

dei sistemi di cui soldati parlano nel film sono stati oggetto

di reportage da parte di altri media tradizionali".

Abraham torna anche sulla posizione italiana nei confronti di

Israele: "Nel luglio 2025 l'Unione Europea ha constatato che

Israele sta violando la clausola sui diritti umani relativa

all'accordo commerciale. Esiste una forma di pressione economica

che può essere esercitata su Israele attraverso la sospensione

dell'accordo, che ritengo positiva, perché credo che sia

necessaria una pressione affinché i diritti umani vengano

rispettati. Stiamo assistendo a ciò che sta accadendo in

Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Molti Paesi europei sono

d'accordo, ma l'Italia, il governo Meloni e la Germania sono i

due principali Stati che si oppongono, e credo che sia la cosa

sbagliata da fare. Credo che l'Ue abbia riscontrato violazioni

dei diritti umani e credo che, in fin dei conti, coloro che

credono in un futuro di vera uguaglianza, giustizia e pace per i

palestinesi e per gli israeliani, che desiderano la fine del

massacro di civili a Gaza, che vogliono qualcosa di diverso,

dovrebbero sentire il bisogno di questo tipo di pressione

dall'esterno. Perché purtroppo, all'interno, sebbene ci siano

israeliani che lottano per cambiare questa situazione, sono una

minoranza piuttosto esigua, ed è questo che intendevo quando

dicevo che l'Italia dovrebbe assumere una posizione più ferma".

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