Più della metà degli orfani di femminicidio aveva meno di nove anni quando ha perso la madre. Quasi un bambino su tre non aveva ancora compiuto sei anni e nell'87,7% dei casi il responsabile dell'omicidio era un genitore. Per oltre la metà dei minori, inoltre, il delitto si è consumato tra le mura domestiche. È il quadro che emerge dal report del progetto Respiro - Rete di sostegno per percorsi di inclusione e resilienza con gli orfani speciali, presentato a Napoli al termine di cinque anni di attività. L'indagine ha analizzato la situazione di 124 orfani appartenenti a 78 nuclei familiari presi in carico in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia.
I dati raccontano storie segnate dalla violenza ben prima dell'omicidio. L'83,1% degli orfani monitorati aveva già vissuto almeno un episodio di violenza o un evento fortemente traumatico, mentre per oltre due terzi dei casi erano documentate almeno due esperienze di questo tipo. Tra le situazioni più frequenti figurano la violenza assistita, i maltrattamenti psicologici e la trascuratezza affettiva o materiale.
Al momento del delitto, il 30,3% dei bambini aveva tra uno e cinque anni e il 23,8% tra sei e otto. Complessivamente, quasi sette su dieci non avevano ancora compiuto dodici anni. In un caso su quattro l'orfano ha assistito direttamente all'omicidio, mentre nel 32% dei casi era presente in casa durante il fatto.
Dopo la tragedia, sono soprattutto i parenti a farsi carico dei minori: circa l'80% viene accolto in famiglia, prevalentemente dai parenti del ramo materno. Tuttavia il percorso successivo è spesso complesso e nel 20% dei casi la sistemazione iniziale cambia nel corso del tempo.
Lo studio evidenzia anche le difficoltà nell'accesso ai servizi e ai sostegni previsti dalla legge. Quasi la metà degli orfani non aveva ricevuto interventi clinici prima dell'ingresso nel progetto Respiro e il 45,5% non aveva beneficiato delle misure economiche previste dal decreto 71 del 2020. Ancora più elevata la quota di chi non ha ottenuto l'indennizzo previsto dalla legge 122 del 2016: il 62,8%.
Per rispondere a queste criticità, il progetto ha costruito una rete formata da èquipe multidisciplinari, percorsi psicoterapeutici, sostegno alle famiglie affidatarie, interventi nelle scuole e assistenza nelle pratiche burocratiche e legali. Un modello che, secondo i promotori, ha contribuito a rendere più tempestiva ed efficace la presa in carico di bambini e ragazzi colpiti da uno dei peggior traumi.



