Alessia Pifferi, anche "dopo la

scoperta del cadavere della bambina", ha tenuto "comportamenti

lucidi di modifica della scena del crimine e, in parte, di

occultamento di tracce del reato". Tuttavia, nel bilanciare la

pena, come hanno fatto i giudici milanesi d'appello, bisogna

considerare la sua "estrema fragilità emotiva", il fatto che è

"cresciuta in un ambiente non idoneo di cui vi erano tracce già

nel percorso scolastico", la sua "storia drammatica" a "livello

affettivo", il "senso di solitudine" e la "dipendenza affettiva

dagli uomini" che l'ha "portata a sacrificare la figlia". Lo

scrive la Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui,

lo scorso 25 giugno, ha reso definitiva la condanna a 24 anni di

reclusione per la 41enne per la morte della figlia Diana nel

luglio 2022. Piccola di meno di un anno e mezzo che fu

abbandonata dalla madre sola in casa per quasi sei giorni,

mentre lei era con l'allora compagno, e morì di stenti.

La Suprema Corte, respingendo i ricorsi della difesa e della

Procura generale milanese, ha di fatto confermato l'imputazione

di omicidio volontario e la capacità di intendere e volere della

donna, come erano state ricostruite nelle indagini della Polizia

e del pm Francesco De Tommasi. Dall'altro lato, però, ha anche

tenuto ferme le attenuanti generiche concesse all'imputata,

difesa in Cassazione dal legale Cristian Scaramozzino, nel

processo di secondo grado che aveva cancellato l'ergastolo del

primo grado.

"Fragilità emotiva" e storia personale dell'imputata sono i

punti per i quali gli ermellini hanno confermato le attenuanti.

Non, invece, per quella "sofferenza" determinata dal "clamore

mediatico" indicata dalla Corte d'Appello milanese, perché è una

"intuizione personale" che "non ha alcuna base legale", come

evidenziava anche la Procura generale milanese. Nel processo

erano parti civili la madre e la sorella di Alessia Pifferi,

rispettivamente nonna e zia di Diana, con l'avvocato Emanuele De

Mitri.

La prima sezione penale della Suprema Corte (presidente

Monica Boni, relatore Carmine Russo) dà atto, come avevano fatto

già due perizie nei processi, che la donna non aveva alcun vizio

di mente: non c'è stato alcun "impulso patologico invincibile

che possa averla costretta ad abbandonare la bambina". E' stata

documentata, si legge nelle motivazioni, "soltanto una fragilità

affettiva dell'imputata che la spingeva a cercare continuamente

la compagnia di un uomo che la desiderasse". Era, comunque,

capace di "risolvere problemi e prendere decisioni". Non conta

nulla, in sostanza, nemmeno quel "basso quoziente di

intelligenza" che era stato "riscontrato all'esito del test

somministratole in carcere".

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