BUSTO ARSIZIO, 29 OTT - "L'odio è un carcere senza sbarre.

Sono riuscito a uscirne attraverso la preghiera". È il messaggio

di Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino,

ucciso dalla mafia nel 1990, che ha maturato nel tempo la scelta

di perdonare i responsabili dell'omicidio.

Insenga ha incontrato questa mattina a Busto Arsizio (Varese)

Salvatore Calafato e Paolo Amico, condannati all'ergastolo

perché ritenuti gli esecutori dell'omicidio Livatino,

all'interno di un percorso di giustizia riparativa anche se "più

che giustizia riparativa, dovrebbe chiamarsi giustizia

pacificatrice", ha detto Insenga.

"Non conoscevo Livatino. Vedendo lo strazio dei genitori, la

coscienza sporca che avevo mi ha portato sin qui. Dal seme di

Livatino è nata la mia conversione", racconta Calafato,

riconoscendo la gravità delle proprie azioni e il dolore

provocato. "Ho tolto la vita a un uomo dello Stato, ho offeso la

magistratura e ho provocato dolore alle famiglie. Tutto ciò che

ho fatto è stato sbagliato", ha aggiunto.

Amico ricorda di aver desiderato chiedere perdono dopo aver

ascoltato le parole dei genitori del magistrato senza riuscirci

allora, ancora condizionato dalla mentalità mafiosa e omertosa.

Oggi definisce Livatino, un tempo considerato un nemico, un

riferimento spirituale: "Nessuna persona è perduta per sempre",

afferma, ringraziando Insenga e chiedendogli ancora perdono.

Insenga racconta il dolore e la rabbia vissuti dopo

l'assassinio, quando aveva vent'anni, e il lungo cammino

sostenuto dalla fede. "Il perdono ha liberato me e spero che

possa liberare anche voi", dice, auspicando un incontro di

preghiera nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì. "Un colpo

di pistola non può essere l'ultima parola", ha concluso.

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