(di Francesca Pierleoni)
Essendo un'attrice, "il rapporto con
il pubblico vuol dire mettersi in primo piano come uno sorta di
strumento per raccontare delle storie. Lo conosco bene. So quali
sono i momenti di massima generosità e quelli quando noi un po'
ci tiriamo indietro, quando ci viene chiesto tanto, quando
facciamo troppo, quando questa cosa ha riscontro e quando non lo
riceve". Lo dice Kasia Smutniak subito dopo aver ricevuto alla
Festa del cinema di Roma per il suo nuovo film da regista,
Mustang, il premio del pubblico ex aequo con Congo boy di Rafiki
Fariala. Per l'Italia, vince sempre con un ex aequo anche Paolo
Pierobon come migliore attore per Brianza di Simone Catania;
riconoscimento che condivide con Anthony Boyle per I See
Buildings Fall Like Lightning.
In Mustang "siamo stati lì anche a pensare che cosa fosse -
spiega Smutniak - un film, un documentario... mi ricordo
l'abbiamo anche messo a voti. Perché si fonde la realtà, la mia
storia reale e quella delle persone che racconto della mia vita
con il cinema, con il racconto, strutturato in quanto tale.
Quindi non c'è solo osservazione ma anche una struttura di vita.
Il fatto che questa cosa sia stata capita dal pubblico, che non
fa distinzioni, come non le ha fatte questo festival, è una cosa
bellissima per me, straordinaria". Nel film l'attrice e regista
esplora una parte importante della sua vita, il legame con il
Mustang, regione nel nord est del Nepal, visitata per la prima
volta nel 2003 insieme a Pietro Taricone (nel film ci sono anche
le immagini che lui aveva girato con la sua telecamera),
compagno di allora e padre di sua figlia Sophie. Un luogo ddove
poi l'attrice e regista ha realizzato insieme a Kunzom Thakuri
una scuola, inaugurata nel 2016, che consente ai bambini di
quella regione di proseguire gli studi senza dover abbandonare
le famiglie. "Questa storia, questo film, questo documentario -
ha detto Smutniak dal palco, dove ha ricevuto il premio
dall'amico Ferzan Ozpetek - è stato accolto in questo festival
in una maniera incredibile e ho sentito tutto l'amore e sostegno
del pubblico". Ha deciso di fare Mustang "qualche anno fa,
quando come persona e artista mi sono sentita sempre più persa e
abbandonata dalla speranza, dal senso di quello che stavo
raccontando e facendo. In un momento come questo in cui sembra
che tutto abbia perso senso, quello che facciamo noi col cinema
diventa fondamentale non solo perché facciamo pensare e sognare
le persone, ma perché abbiamo l'enorme responsabilità di portare
le emozioni alle persone. Anch'io mi aggrappo ai film che vedo,
li porto con me per molto tempo. Ho deciso di raccontare la mia
storia non perché è importante ma perché all'interno c'era
racchiusa una sorta di speranza nella parte migliore di noi
stessi, ed è rappresentata da una piccola scuola ai confini del
mondo, dove c'è una comunità un gruppo di bambini che della
felicità fanno una scienza". Tutti gli incassi "del film
andranno a loro". In sala "non solo ci sono i protagonisti di
questo film, Kunzom Thakuri la mia forza da quindici anni, ma
anche i miei figli Sophie Taricone e Leone Procacci. Vorrei
ricordare con questo film che nulla davvero finisce ma si
trasforma".
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