(di Francesca Pierleoni)

Un racconto sul desiderio di avere

figli "che mette il pubblico di fronte a un raggio di sole. Con

quello, le istituzioni appaiono migliori, anche le famiglie

peggiori sono accoglienti, le mamme più cattive alla fine sono

buone, le coppie più perfette alla fine sono un po' peggio di

te, le psicologhe sono gentili". E' un film "per stare bene...

lo puoi vedere con una tisana sotto la copertina, anche due-tre

volte". Lo dice con la consueta ironia Daniele Luchetti parlando

di Noi, un po' meglio, la dramedy con Maria Chiara Giannetta e

Elio Germano, prodotta da Lucky Red per Netflix, che debutta

alla Festa del cinema di Roma e arriverà sulla piattaforma dal

29 ottobre.

Al centro della storia ci sono Simone (Elio Germano), vigile del

Fuoco, aperto e sensibile, e la compagna, con una passato

famigliare difficile alle spalle, Lucia (Maria Chiara Giannetta)

,anticonvenzionale, brillante ma inquieta, sul lavoro e nella

vita. La giovane donna non può avere figli, e dall'inizio del

rapporto, diventato molto solido, con Simone hanno deciso di non

cercare di averne ricorrendo ad altre strade. Quando Simone

cambia idea, e lei accetta di iniziare il percorso per adottare

un bambino, le loro differenze, di fronte alle difficoltà,

iniziano ad emergere. Nel cast fra gli altri, anche Anna

Bonaiuto e Caterina Guzzanti, nei panni di due psicologhe con

approcci molto diversi nel valutare le domande di adozione e la

coppia formata da Ilaria Spada e Filippo Nigro, tanto

apparentemente perfetta quanto fragile. "Volevo parlare al

pubblico - spiega Luchetti - raccontando una storia in cui si

può entrare in empatia perché i personaggi sono come noi,

guardati con amore, ma sono anche un pochino meglio, perché poi

fare spettacolo significa portare chi guarda a desiderare di

essere come loro. La commedia all'italiana che adoro da

spettatore, ha delle caratteristiche che ho cercato di evitare.

Lì si guarda ai personaggi dall'alto in basso, pensando che

siano peggiori di noi, o che meritino di essere infantilizzati

per essere divertenti. Io invece, con agli altri sceneggiatori,

Enrico Audenino, Davide Lantieri e Serena Patrignanelli, ci

siamo posti il problema di essere divertenti, interessanti,

brillanti, volendo però bene a questi personaggi perché avremmo

potuto essere noi". Per Luchetti, "l'obiettivo, come con tutti

i miei film, era di raccontare una storia che avesse il respiro

di qualcosa di vitale - aggiunge con l'ANSA - In questo caso si

arricchisce appunto del tema dell'essere genitori. Per me non

c'è differenza fra essere genitori adottivi o biologici. Le

domande che ti fai sono le stesse: perché avere un figlio,

chiedersi se siamo adatti, scegliere se accoglierli in qualcosa

che assomiglia a un modello prestabilito, infilandosi in una

casella come tutti gli altri o costruendo una famiglia a modo

nostro. Per il cineasta, "è bello pensare che c'è un'evoluzione

anche dei modelli familiari, non esiste un modello fisso".

Germano ha amato dei due protagonisti il fatto che rovescino gli

stereotipi: "Simone si comporta come vediamo fare in genere

alle donne nelle storie classiche su questo tema, con il suo

forte desiderio di avere un figlio. Lei invece è una ragazza

indipendente che non ne vuole vive sempre un conflitto. Al di

là del fattore scatenante, l'adozione, il film racconta questa

conflittualità tra i modelli che siamo portati a interpretare,

rispetto ai genitori, agli amici, ai colleghi e il fare invece

quello che sentiamo dentro". D'accordo Maria Chiara Giannetta:

"L'adozione è un pretesto, il conflitto tra loro nasce perché

rompere quel patto, che Simone e Lucia avevano fatto all'inizio

del loro rapporto, scuote il loro equilibrio". Sente ancora

forte nella società di oggi, il giudizio verso le donne che non

vogliono avere figli? "Credo che sia cambiato qualcosa - osserva

l'attrice -. Di fronte a una società abituata a dirti che

bisogna diventare madri a un certo punto della vita, le ragazze

oggi sanno far sentire di più la loro voce nel dire no, quando

non sentono quel desiderio". Avere figli "deve essere una scelta

libera e non credo che sia più bravo chi li ha - sottolinea il

cineasta -. Viviamo in un'epoca in cui i popoli si muovono. Ci

si scambiano genetica, culture, cucine visioni, mitologie e

questo lo vedo come una cosa positiva, rispetto al rimanere

fissi oggi sul modello di mia nonna che di figli ne aveva otto".

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