Una campagna pubblica sulla "patogenicità" dei Cpr, cioè sui possibili effetti sulla salute delle persone che vi vengono trattenute e non una rete per produrre certificati falsi. È la versione di Nicola Cocco, infettivologo ed esperto di medicina delle migrazioni, finora unico indagato per associazione per delinquere nell'inchiesta della Procura di Ravenna sui presunti certificati di non idoneità per evitare il trasferimento dei migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio.
Secondo l'ipotesi accusatoria, l'inchiesta avrebbe fatto emergere un coordinamento nazionale finalizzato a ostacolare i trasferimenti nei Cpr attraverso certificazioni di non idoneità. Cocco ha parlato a Milano, nello studio dell'avvocato Eugenio Losco, dopo le 23 perquisizioni eseguite nei giorni scorsi nei confronti di medici in diverse città italiane, e ha respinto la ricostruzione dell'accusa. "Non abbiamo fatto partire un'associazione che istigava i medici a fare dei certificati falsi", ha detto, spiegando che la campagna era nata per discutere delle condizioni dei centri e dei criteri con cui valutarne l'impatto sulla salute.
Ha poi spiegato che i cosiddetti "precompilati", considerati dagli investigatori modelli già predisposti per le certificazioni di non idoneità, erano invece bozze della documentazione della campagna con pareri di bioeticisti e professori di filosofia del diritto e richiami al Codice deontologico e alla legge sul consenso informato. Cocco ha, inoltre, sottolineato di non aver mai firmato uno dei certificati contestati e di non aver visto la documentazione clinica dei casi al centro dell'inchiesta. Da qui anche la domanda sulla verifica delle valutazioni: "C'è stata poi una controperizia medica di quei pazienti? Chi è che ha fatto di nuovo quelle valutazioni?".
Ancora, il medico ha sostenuto che eventuali errori nella presa in carico clinica potrebbero essere riconducibili a "negligenza o imperizia, ma non a un falso". La sua critica riguarda infine, e soprattutto, la natura stessa dei Cpr. Richiamando il paragone con i manicomi, Cocco ha sostenuto che un luogo possa essere contestato anche quando è previsto dalla legge. Ha parlato di "razzismo istituzionale" e "deumanizzazione delle persone migranti", affermando che "un medico che giura su un documento che mette al centro il rispetto del corpo e della salute delle persone non può accettare che esistano luoghi del genere".
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri Filippo Anelli, che ha invitato alla "prudenza" nel giudicare il lavoro dei medici. "L'autonomia e l'indipendenza della professione medica vanno difese a tutela della salute dei pazienti - ha detto. E senza entrare nel merito delle indagini, il presidente ha osservato che "se un medico ha scritto il falso, questa è una violazione del codice deontologico e sarà sanzionato, ma è strano - ha rilevato - che si possano avere dubbi che medici, al di fuori del loro lavoro, possano discutere della situazione nei centri di rimpatrio".
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