Paolo Petroni
Un emozionante Sandro Lombardi,
applaudito con calore e entusiasmo quale interprete di 'Viaggio
a Hong Kong' di Pascal Rambert, ha inaugurato un teatro
completamente nuovo a Modena, cui è stato dato il bellissimo
nome di un altro demolito anni fa, Teatro delle Passioni, che
entra a far parte del circuito Ert-Emilia e Romagna Teatro.
Un'apertura di questo genere, unita a altre come lo storico
Valle di Roma, dove è ripartito anche l'Eliseo, paiono segnali
ottimi per la vita e la salute del mondo della prosa, se non
fosse che proprio in questi giorni si sono rotte le trattative
per il contratto nazionale dello spettacolo dal vivo e
proclamati scioperi, come quello che ha costretto a rimandare di
un giorno questa inaugurazione, con l'assessore comunale alla
cultura, Andrea Bortolomasi, che, prima di tagliare il nastro,
ha sottolineato l'importanza sociale dell'apertura di un simile
luogo e solidarizzato con i lavoratori in agitazione.
Il testo di Rambert, che ne firma anche la regia, è una sorta
di lunga lettera d'amore, sfogo, confessione e testamento di un
settantenne di successo, reduce nella sua stanza di Hotel a Hong
Kong, dove ha appena ricevuto un premio. Tirata fuori dalla
valigia la foto in cornice del compagno della sua vita morto da
un anno, bevendo whisky, ricordando come piacesse loro da
impazzire bere assieme e alludendo al fatto che potrebbe essere
una causa della sua malattia e scomparsa, inizia proprio a
sottolineare la sua attuale sensazione di assoluta solitudine
dichiarando il proprio amore.
Tutti e due scrittori che, dopo aver fatto la fame, sono
arrivati al successo internazionale, hanno avuto un'esistenza di
grande amore reciproco dedicata alle dipendenze, dall'alcol alla
cocaina, e alle parole, accomunando righe di droga con righe
scritte dei libri: "La vita è nei libri, vivo nei tuoi", "sono
gli scrittori che creano gli spazi in cui vivere", "ricordo
tutte le parole di una vita, adoro e ripeto le frasi che dicevi
e che oggi mi uccidono".
Ecco allora l'importanza della traduzione, del rapporto che
racconta con l'interprete cinese e certe parole, dovute ai
fraintendimenti, con lei che ha letto come lui in giovinezza
fosse stato maoista e pensa quindi sia filo pechinese, nel suo
discorso di ringraziamento scopre come alluda davanti alle
autorità di Hong Kong alle libertà democratiche e allora
racconta la sua tragedia famigliare, per colpa delle Guardie
rosse, le sue angosce e il desiderio di riuscire a fuggire via.
Un racconto che si fa sempre più malinconico e anche
l'orsetto di pezza, che l'amato si portava dietro sin da bambino
e ora lui ha sempre con sé, dice che non rappresentava
l'infanzia, ma la tristezza, la nostalgia. E mentre sottolinea
come l'assenza riguardi un corpo quel corpo che era il luogo
dell'amore, dice anche che non si muore di malattia ma del fatto
di non essere più oggetto di desiderio, di non avere più quegli
sguardi che si agganciano uno coll'altro e sono flusso vitale.
Tutto questo, che è espresso in un bellissimo linguaggio, con
delicatezza e poetica qualità di sentimenti, notazioni e
pensieri, è un lungo, sofferto confessarsi e raccontarsi più
letterario che teatrale, nel senso che non ha costruzione
drammaturgica, sviluppo, colpi di scena anche solo narrativi,
quindi il lavoro che ha fatto Lombardi è tutto cesellato in
profondità e sentimento per dare verità e comunicare la forza di
quel che va dicendo. La regia dell'autore limita i movimenti
nella stanza all'essenziale, e l'attore parla anche con pochi,
rari gesti, lasciandosi andare su una sedia o camminando,
puntando sulle variazioni di ritmo e tono tra momenti di
rammarico, agitazione o rabbia; leggere variazioni di
intonazione che ora sembrino rivelare qualcosa di intimo e
interiore, ora sono reazioni esterne; il viso, lo sguardo più o
meno acceso, sino al finale, dopo la voce di Mina che intona 'Il
cielo in una stanza', con l'adagiarsi su letto con l'ambiguità
di un addormentarsi o morire.
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