Una nottata di pioggia e più sessanta persone perdono tutto. Il giaciglio e le coperte che erano letto. Le poche provviste. I sacchi a pelo. I vestiti asciutti. Per i richiedenti asilo, l’ondata di maltempo che da ieri sera flagella Trieste ha significato veder annegare o trascinare via tutto quello che permetteva loro di sopravvivere.

Piogge torrenziali a Trieste, richiedenti asilo abbandonati in strada

L’allarme è arrivato sui telefoni della rete di volontari, che supplisce con la solidarietà alle lacune istituzionali, nelle prime ore della mattina. “L’acqua sta salendo”. E poi foto e video che mostrano decine di persone che provano a cercare riparo sul minuscolo marciapiede all’ingresso del Porto Vecchio, provando a mettere in salvo qualcosa. “Prendete i documenti e le cose più importanti e tenetele al sicuro”, la raccomandazione di volontari e attivisti, che da ore sono alla ricerca di soluzioni.

Nessuna soluzione istituzionale per i richiedenti asilo

La pioggia a Trieste continuerà per almeno 24 ore e a quelle persone adesso manca tutto. Persino vestiti e una coperta per ripararsi. “Stiamo chiedendo a tutti di portare quello che hanno al centro diurno di via Udine – spiega Marianna di Linea d’ombra fra le realtà civiche più note a Trieste, premiata con l’ambito San Giusto d’oro, ma da mesi al centro di attacchi – mentre cerchiamo posti per stanotte”.

Un compito arduo, che non spetterebbe alle associazioni. In strada, ci sono richiedenti asilo o aspiranti tali, anche con le nuove norme Ue avrebbero diritto all’accoglienza, ma il collocamento nelle strutture d’accoglienza da mesi si è inceppato, i trasferimenti in altre province o regioni sono stati bloccati, mentre l’applicazione delle procedure di frontiera è diventata la norma anche per si mette pazientemente in fila davanti alla questura in attesa quanto meno di un appuntamento per poter presentare domanda.

Minori, rifugiati e fragili sottoposti alle nuove procedure

Le nuove norme Ue prevedono che si applichi esclusivamente a chi cerchi di eludere i controlli alle frontiere esterne dell’Ue, ma a Trieste è diventata procedura standard. Per tutti. Inclusi quelli che spontaneamente si presentano per fare domanda. “Abbiamo avuto casi di applicazione a minori che sono da anni in Italia e a 18 anni chiedono la protezione, ad afghani in fuga dai talebani, alcuni nuclei familiari sono stati divisi, con le donne sottoposte a procedura Dublino e gli uomini a quella di frontiera”, racconta Gianfranco Schiavone, giurista e fra le figure di riferimento di Ics, Consorzio internazionale di solidarietà, fra i pionieri dell’accoglienza diffusa in Italia. “Abbiamo curato più di 40 ricorsi di richiedenti asilo arbitrariamente sottoposti alle nuove procedure e il tribunale li ha accolti tutti”, sottolinea Schiavone.

Valanga di ricorsi vinti e il Viminale disegna nuove frontiere

Il Viminale ha provato a metterci una pezza con un decreto del 10 agosto che ne “aggiorna” uno del 2019, già in precedenza cassato dai giudici perché basato su norme abrogate, e trasforma, fra le altre, le intere province di Udine, Trieste e Gorizia in “zona di frontiera” per “ragioni geografiche”, seppellendo Schengen e riportando i rapporti con la Slovenia a più di vent’anni fa, quando piazza Transalpina, che segna(va?) il confine tra Gorizia e Nova Goriza, era divisa da una rete.

Una palese violazione del diritto Ue, secondo i giuristi che ricordano come la sospensione di Schengen sia possibile solo per periodi limitati di tempo e per fondati motivi di sicurezza, difficili da sostenere se è vero che Paesi Ue limitrofi o confinanti come Slovenia e Croazia non hanno rinnovato i controlli alle frontiere. Decideranno i giudici, i ricorsi presentati dopo il dieci agosto si contano già per decine.

Tutti condannati alla strada, anche se il tribunale ha detto no

Nel frattempo, il risultato per i richiedenti asilo è uno: la strada. Lì rimane chi è costretto a attendere settimane, se non mesi prima di avere la possibilità di presentare la propria domanda e fin dalle prime ore dell’alba non può fare altro che incolonnarsi davanti alla questura, sperando che sia il giorno buono. Lì finiscono i ricorrenti sottoposti a procedura di frontiera che aspettano l’esito del ricorso. Lì finiscono anche quelli che il ricorso lo hanno vinto e avrebbero diritto a un’accoglienza che non arriva. Per un uomo del Bangladesh, in là con l’età, ha significato tre ricoveri in ospedale per una polmonite grave. Dimesso per due volte e mai collocato in un centro, è stato costretto ad arrangiarsi in strada nell’attesa. Adesso è nuovamente ricoverato in gravi condizioni.

Cancellati i centri di primissima accoglienza

Del resto, i centri di primissima accoglienza, quelli in cui i richiedenti asilo venivano ospitati nelle prime fasi, non esistono più. Dopo “casa Malala”, la struttura costruita vicino al principale valico con la Slovenia, anche l’Ostello di Camposacro, fino a qualche settimana Cas non lontano da Trieste, è stato trasformato con un tratto di penna in un Paf, uno dei centri dedicati a chi sia sottoposto alle nuove rapidissime (e contestate) procedure. Una manovra che ha lasciato tanto perplessa la Caritas che lo gestiva, da indurre la realtà diocesana a mollare. “Noi – ha detto il direttore Giovanni La Manna alle testate locali – dobbiamo preservare la dignità delle persone. Ci sono delle perplessità che nascono dal fatto che il Tribunale di Trieste ha accolto i ricorsi di migranti sottoposti a quella procedura accelerata, quindi noi ci fermiamo, in attesa che si chiariscano i dubbi sul fatto che il sistema stia operando nel rispetto dei diritti e della dignità delle persone”.

“Una strategia deliberata”

Le stesse che oggi sperano almeno in una coperta che sostituisca quella trasformata in uno straccio zuppo e che aspettano tetto, accoglienza e assistenza a cui avrebbero diritto, ma di fatto non esiste più. “Una scelta deliberata, con un obiettivo politico: espellere le persone dal sistema, condannarle alla strada, sperare di monetizzare elettoralmente marginalità e problemi”, tuonano le associazioni.