(di Giulia Bertollini)
Un ritratto intimo, lontano dai
riflettori e dalle celebrazioni d'archivio, che parte dalle
radici per raccontare l'uomo dietro la leggenda. Si presenta
così The Greatest, la prima serie televisiva ufficiale sulla
vita di Muhammad Ali, in arrivo in otto episodi su Prime Video
il prossimo 4 novembre (visibile anche su Sky Glass, Sky Q e
Now). Prodotta in collaborazione con la vedova del campione,
Lonnie Ali, la miniserie esplora gli anni della formazione del
mito, dal 1960 al 1964, prendendo il via proprio da Roma, dove
il giovane Cassius Clay conquistò la medaglia d'oro olimpica nei
pesi mediomassimi e mosse i primi passi verso la consacrazione
mondiale.
L'opera segna inoltre un record storico: "È la prima
produzione seriale in assoluto ad aver ottenuto l'autorizzazione
per girare all'interno del Colosseo", ha spiegato lo showrunner
ed executive producer Ben Watkins. "L'idea che il più grande
pugile di tutti i tempi abbia iniziato il suo percorso
nell'anfiteatro simbolo dei gladiatori è stata fondamentale fin
dalla prima sceneggiatura", ha sottolineato. "Alle Olimpiadi del
1960 il mondo scoprì Cassius Clay: per un ragazzo cresciuto
nell'America della segregazione, vedere culture da ogni angolo
del pianeta convivere in armonia è stato uno shock culturale che
gli ha aperto gli occhi. Una volta vista quella possibilità di
integrazione non si torna più indietro: Roma gli ha mostrato ciò
a cui la società doveva aspirare".
A raccogliere l'eredità di Cassius Clay sul ring è l'attore
Jaalen Best: "YouTube è stato il mio migliore amico: ho studiato
ogni combattimento, le interviste, lo sguardo e il celebre 'Ali
shuffle' con i piedi", ha raccontato Best. "Ma la vera sfida è
stata unire l'aspetto atletico alla voce e alla presenza
scenica, per far muovere tutto in sinergia". Un impegno
sottolineato dallo stesso Watkins: l'attore ha dovuto perdere
oltre 15 chili per interpretare il diciottenne del 1960, per poi
riprenderne una decina nel corso delle riprese per adeguarsi
all'evoluzione fisica del pugile fino alla conquista del titolo
mondiale del 1964. Fondamentale per il protagonista è stata la
benedizione della vedova del campione, Lonnie Ali: "La prima
volta che ci siamo incontrati mi ha detto che vedeva già in me
una certa somiglianza. Averla sul set mentre giravamo e ricevere
la sua conferma dopo le scene mi ha dato la certezza che eravamo
sulla strada giusta per raccontare una storia autentica", ha
svelato Jaalen Best.
Nel cast figura anche Giovanni Ribisi nei panni dello storico
allenatore Angelo Dundeee: "Tra me e Jaalen si è creata
un'alchimia naturale fuori dalla macchina da presa che è fluita
direttamente nello show. Ci siamo fidati l'uno dell'altro e
questo ha restituito la verità di un rapporto fatto di grande
lavoro ma anche di ironia e complicità", ha dichiarato.
In un'epoca segnata da nuove spaccature e tensioni sociali,
la figura e l'eredità di Muhammad Ali mantengono una forza
dirompente: "Siamo ancora lontani dal superare l'oppressione e
la disuguaglianza", ha evidenziato Watkins. "Ali non era un
supereroe privo di paure: era un giovane uomo che cercava di
diventare adulto e che ha avuto il coraggio di dire 'non
rinnegherò la mia fede', mettendosi contro il sistema in anni in
cui per gli afroamericani si trattava di questioni di vita o di
morte, e accettando di perdere la carriera e il titolo per i
propri principi. Il suo messaggio parla di responsabilità e di
unione, ricordandoci che dobbiamo mettere l'umanità al primo
posto". Un concetto ribadito anche dallo stesso Jaalen Best:
"All'epoca dovevi schierarti: o eri per Muhammad Ali o eri
contro di lui. Oggi, quando vediamo una minoranza disposta a
combattere per cambiare le cose in meglio, ci rendiamo conto che
affrontiamo ancora gli stessi problemi del passato e continuiamo
a chiedere trasparenza e uguaglianza ai nostri leader. Ali ha
spinto la comunità a riunirsi e a lottare, lasciandoci un
esempio che è necessario ancora oggi".
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