(dell'inviata Francesca Pierleoni)
Oltre 15 anni di riprese e 18
milioni di piedi di pellicola girata (l'equivalente di oltre
5400 km). È il materiale da cui è nato il documentario What Love
Builds, al debutto fuori concorso alla Mostra del Cinema di
Venezia, autoritratto/confessione di Russell Crowe (anche in
veste di regista), nel quale il premio Oscar esplora il modo in
cui musica e recitazione nella sua vita siano interconnesse,
raccontando il percorso con le sue band in giro per il mondo, ma
lanciando in parallelo anche uno sguardo a tutte le sue scelte
artistiche.
"Ho fatto il film per rispondere a una domanda che mi viene
costantemente posta, quali sono le differenze che vedo tra
musica e la recitazione. What Love Builds mostra che per me non
ci sono differenze, vengono entrambe dalla stessa fonte
creativa" spiega al Lido l'attore. Il neozelandese Crowe, classe
1964, interprete di almeno una settantina di produzioni, fra
piccolo e grande schermo, vincitore oltre che dell'Academy
Award, fra gli altri di un Bafta, un Golden Globe e uno Screen
Actors Guild, non cambierebbe "nulla della mia carriera
artistica. Anche i momenti più bui in realtà, sono stati
incredibilmente educativi, mi hanno insegnato moltissimo. Sono
una persona estremamente felice, perché all'età di 62 anni
ancora vengo richiesto, riesco a lavorare su progetti che mi
appassionano. Fin dal mio primo film, che ho fatto non sapendo
se ce ne sarebbe stato un altro, ho dato il massimo di me
stesso, così come faccio sempre. Quando mi alzo alle quattro del
mattino per arrivare sul set, ho la motivazione, la passione, la
spinta a farlo, perché credo in quello che sto facendo, perché
mi interessa l'argomento, mi interessa il personaggio e mi
dispiace per quegli attori che invece sono costretti ad andare
sul set per progetti in cui non credono. Io amo profondamente
il mio lavoro, e adesso non vedo l'ora che scopriate il mio
Ramírez (interpretato nel film originale da Sean Connery, ndr)
nel nuovo Highlander, che è strepitoso, Billion Dollar Spy o
Unabomber su Netflix".
Rispetto al rapporto con Hollywood, "non penso di averlo
gestito molto bene, ma è un aspetto che comunque è andato a mio
vantaggio. Non sono guidato dalle stesse cose che guidano le
persone appartenenti a quella cultura. Il mio humour a volte mi
ha creato dei problemi, perché nel posto da cui vengo siamo
abituati a chiamare le cose con il loro nome e questo non viene
necessariamente apprezzato. Poi come attore posso leggere cento
sceneggiature, ma faccio solo quelle in cui credo, che sento
sulla pelle. Non è il modo giusto per costruire una carriera, ma
è il modo migliore per me".
Crowe, che nel 2027 sarà di nuovo in tour con il suo gruppo
in Europa, dopo un nuovo accenno alle sue origini irlandesi e in
parte anche italiane, scoperte di recente, si sofferma sulla
gioia di avere il film alla Mostra: "Già mentre lo montavamo
avevo detto che mi sarebbe piaciuto debuttasse qui - osserva -.
Io partecipo a moltissimi festival in tutte le parti del mondo,
ma quello più divertente e più bello è quello di Venezia. È
caotico tanto quanto gli altri, però qui c'è un'attenzione,
un'accoglienza da parte del pubblico che è diversa". Così, pur
avendo avuto richieste anche da altri festival, "ho chiamato
Gabriele Muccino e gli ho chiesto la mail di Barbera, per
chiedergli se volesse vedere il film. Non potevo veramente
aspettarmi un risultato più bello di questo, anche perché per me
è un film così personale, così intimo... averlo qui è veramente
la perfezione assoluta".
Infine a chi gli chiede se abbia ancora sogni nel cassetto,
risponde sorridendo: "Ne ho i cassetti pieni... ci sono ancora
tante cose che voglio realizzare", ma allo stesso tempo, "cerco
di trascorrere più tempo possibile con i miei figli, soprattutto
in Europa, nei luoghi che amo, piuttosto che sui set".
Riproduzione riservata © Copyright ANSA

