I demoni che attanagliano la coscienza di un reduce della guerra del Vietnam, la fragilità psicologica degli adolescenti, ma anche un docente di filosofia che si deve confrontare con un abuso sessuale su un minore commesso molti anni prima. Due afghani in fuga a confronto con la violenza delle forze di confine sulla rotta balcanica; la vita quotidiana di un 23enne, prima di diventare la vittima di un delitto atroce. Sono fra i personaggi che hanno animato la terza giornata alla Mostra internazionale del cinema di Venezia.

A Orizzonti ha debuttato uno dei film italiani più attesi, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini con Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Valerio Mastandrea, il film tratto dall'omonimo romanzo di Nicola Lagioia, che ripercorre uno dei casi di cronaca nera più sconvolgenti degli ultimi anni, l'omicidio di Luca Varani. "Di fronte alla complessità e la profondità dell'affresco che fa Nicola nel libro, immediatamente avevo pensato che il modo migliore per me fosse cercare un fuoco stretto, intimo - ha spiegato Gabbriellini - per dare respiro alla storia, alla vittima, in questo caso alla vita di Luca Varani, partendo dall'assunto di farne un racconto di formazione interrotto da un destino tragico". Una trasposizione che però si è arricchita di una nota polemica per la decisione dei fratelli d'Innocenzo di rinunciare alla firma come sceneggiatori. "Non hanno condiviso il mio sguardo sul loro bellissimo copione" dice Gabbriellini."Alla sceneggiatura sono state fatte delle modifiche senza il nostro consenso" ribattono loro in una nota. Resta la potenza e l'intensità del film.

'A Place To Heal' di Cedric Kahn, in concorso, ci porta in un reparto neuropsichiatrico per adolescenti. "Inizialmente, avevo pensato di ambientare la storia nella psichiatria per adulti - ha spiegato il regista - ma ho trovato quell'ambiente estremamente duro. Ho quindi scelto di spostare la mia attenzione sulla neuropsichiatria adolescenziale, perché per trasmettere le pulsioni di morte e le tragedie legate alle patologie psichiatriche, sentivo il bisogno di una forza vitale contrapposta una forza molto più intensa negli adolescenti".

In gara anche Shinya Tsukamoto, con Mr. Nelson, Did You Kill People? sulla storia vera del veterano afroamericano Allen Nelson (Rodney Hicks). Un uomo, cresciuto nella povertà, che si arruola nei Marines a diciott'anni. Viene mandato in Vietnam dove entra in un ciclo di violenza e morte che continua a tormentarlo anche quando torna a casa. Tsukamoto, che ha lavorato al progetto per sette anni, ha definito il libro di Nelson, che raccontò davanti al pubblico la propria esperienza migliaia di volte, "come l'opera di non-fiction più terrificante che avessi mai incontrato".

È tornato alla Mostra anche un aficionado come Paul Schrader che pone nuovamente dilemmi morali affondati nel senso di colpa in The Basics of Philosophy, con Jack Huston e Sofia Boutella, passato fuori concorso. Protagonista John Jorissen (Huston) un professore di filosofia del Midwest, che alla morte del padre rivede Miguel Basque (Daniel Zovatto), figlio del giardiniere di famiglia, a cui è legato da un episodio di abuso che continua a tormentarlo. "Sapendo che Freud dice che a 5-6 anni vieni programmato una volta per sempre, una programmazione che ti porti appresso tutta la tua vita, e avendo frequentato una scuola cristiana, cattolica, non so proprio come potrei non scrivere su senso di colpa e redenzione - ha affermato il regista -. Si può trascorrere la propria vita cercando di sfuggire a questo tipo di formazione, ma non riuscirci mai davvero".

Infine Balcanica di Nicola Sorcinelli, in concorso alle Giornate degli Autori, immerge nel percorso del direttore d'orchestra Nazar (Babak Karimi) e suo figlio Jalil (Ivar Wafaei), giovane suonatore di tuba, in fuga dal loro Paese, l'Afghanistan, dove la musica è stata bandita dai talebani. Un viaggio, tra violenze, paure e speranze, sulla rotta balcanica, dove diventa fondamentale l'incontro con una dottoressa italiana (Matilda de Angelis). In un mondo che si chiude sempre più nella paura, parlare di accoglienza attraverso il cinema "è importantissimo - ha dettol'attrice e produttrice associata del film -. L'arte è emblematica, perché si fa metafora della libertà di espressione che noi fortunatamente viviamo ancora. Possiamo fare dei film, portare la nostra visione delle cose nel mondo, parlare, possiamo scriverci, studiare, leggere, andare a scuola".

Riproduzione riservata © Copyright ANSA